Se dovessi riassumervi cos’è La Casa dei 1000 Corpi e qual’è la poetica espressa da Rob Zombie, probabilmente vi consiglierei di ascoltare il suo brano The Triumph of King Freak. La trama ha una struttura classica: quattro ragazzi alla vigilia di Halloween, nel 1977, sono in viaggio alla ricerca di luoghi e storie da brivido per poter scrivere un libro. Si imbattono nel Capitano Spaulding, un bizzarro clown che gestisce il “Museum of Monsters and Madmen”, il quale, durante il giro nel “Tunnel degli assassini“, racconta loro del serial killer Doctor Satan. I quattro protagonisti decidono di scoprire, quindi, di più sulla vera storia del Doctor Satan, ma quando fanno la conoscenza della famiglia Firefly, comincia per loro il tour nel reale tunnel degli assassini.
Questa è l’opera prima di Rob Zombie; un progetto che prese forma dopo il fallito tentativo di realizzare il terzo capitolo de Il Corvo (diretto poi da Bharat Nalluri) a causa dei produttori che volevano il solito copia e incolla del primo capitolo invece che la sua scrittura originale (il titolo era Il Corvo: 2037, ambientato in un futuro post-apocalittico, dove ci sarebbe stato un maggiore focus sugli elementi sovrannaturali). Dunque, scrive una bozza di appena due pagine di quello che sarà il suo primo film per poi arrivare a una bozza che la Universal accetta e lo spinge a realizzare il copione intero.
Se guardiamo come Rob Zombie ha lavorato per scrivere questo suo film, possiamo comprendere perché è considerato un velato remake di Non Aprite Quella Porta di Tobe Hooper. Lo stesso Rob dichiara di aver imparato a scrivere musica ascoltando le band che lui amava; quindi, pensò di fare esattamente la stessa cosa per il cinema. Il nostro è cresciuto negli anni ’70, e avendo divorato film costantemente è naturale che il capolavoro di Hooper avrebbe potuto influenzarlo: l’ambientazione, la famiglia che cattura e fa subire ai nostri malcapitati le peggiori torture e mutilazioni, personaggi deformi, schizzati, indimenticabili, tutto questo è figlio di Non Aprite Quella Porta. Ma non solo i film degli anni ‘70 hanno segnato la nascita de La Casa dei 1000 Corpi, bensì anche gli horror classici della Universal e Gaucho Marx.
Le prove attoriali sono stupende e una parte del cast viene da quel mondo cinematografico passato: Sid Heig (ricordato per Spider Baby) interpreta il nostro Capitano Spaulding in maniera fantastica, facendo oscillare il suo personaggio tra momenti rassicuranti e picchi di terrore; Karen Black (che ha lavorato con registi del calibro di Dan Curtis, Margheriti e Hopper) interpreta Mother Firefly, che inquieta sin da subito; e infine Bill Moseley, interprete al tempo del fratello di Latherface nel folle sequel di Non Aprite Quella Porta, che qui ricopre il ruolo di Otis Firefly; un personaggio incredibile, che pur essendo il più lucido della famiglia, nei picchi di follia tira fuori una caratterizzazione pari a quella di un artista visionario.
In aggiunta ad un cast così importante, c’è da citare il primo ruolo di Sheri Moon, moglie di Rob Zombie, che nel ruolo di Baby Firefly mette in scena delle ampie doti recitative, partendo dalla consapevolezza scenica del suo corpo (messo in risalto anche dal marito che sa come inquadrarla) per poi lavorare sul profilo psicologico del personaggio, che è un complesso mix di dolcezza infantile, gentilezza, crudeltà, sadismo. Insomma, una prima prova bomba al pari degli esperti sopracitati. Come si può immaginare, questi personaggi restano indimenticabili.
La colonna sonora è interamente curata dallo stesso regista, sia con brani originali (sono notevoli la bellissima Pussy Liquor e House of 1000 Corpes), sia con cover di brani di band note come Ramones e The Commodores.
Fin qui sembra tutto un grande omaggio a un cinema passato, che non crea nulla di nuovo, ma non è così. Non solo perché i personaggi diverranno nuove icone (cosa di cui il nostro regista sarà conscio per 3 From Hell di cui parlerò poi), non solo perché verso la fine prenderà una piega sovrannaturale discostandosi dal film di Hooper a cui si fa spesso riferimento, ma perché vi è tutta una poetica personale, che sarà costante nella sua futura filmografia.
Partendo dallo stile, il film è girato con approccio postmoderno, cercando di creare un qualcosa di nuovo nei montaggi frenetici, nell’ampio uso del colore, giungendo ad una totale psichedelia che fa anche il verso alle esperienze avute nel girare i videoclip da parte del nostro regista. Rifiuta di emulare l’approccio visivo degli anni ’70, dal quale, invece, trae lo spirito sperimentale.
Inoltre, per comprendere meglio, è doveroso sottolineare come il nostro abbia trascorso la sua vita fino al 1978, coi genitori, nell’ambiente circense. Per 13 anni, Rob Zombie ha letteralmente vissuto insieme a quelli che vengono definiti freak, gli stravaganti, i mostri, i diversi. Questo passaggio biografico accende una luce sia sul percorso musicale, che su quello cinematografico. Un’evidente vicinanza a chi viene considerato un diverso, un fenomeno che viaggia su regole diverse, distante dalla società costituita borghese e bigotta, rende chiaro il suo stile grottesco ma che allo stesso tempo colpisce duro e veloce come la violenza del mondo reale.
I passaggi chiave li potete trovare nelle battute della famiglia Firefly e del Capitano. Essi sentono forte il giudizio di quattro giovani americani di “buona famiglia”, i quali trovano queste storie folkloristiche un divertente passatempo da prendere in giro, poiché vengono dalla società consumistica che ha reso Halloween una festa pop per bambini, in cui si comprano addobbi patinati, costumi che non c’entrano nulla e dolcetti. Il contesto della famiglia Firefly è ben diverso: convivono con la crudeltà del mondo reale e con l’isolamento, perché considerati bifolchi e anticonformisti. Se seguiamo quest’ottica, possiamo capire come la violenza espressa da Rob Zombie, in tutto il suo eccesso, diventa un’allegoria. Rappresenta una logica anarchica, fuori dagli schemi che si scontra a muso duro con la realtà benpensante dei nostri quattro malcapitati, per i quali, pian piano, non si riesce più a tifare, perché risultano sempre più antipatici, seppur ottimamente interpretati, sia chiaro.
Il risultato è un lento rovesciamento delle parti, per cui iniziamo ad amare i carnefici piuttosto che le vittime, in quanto Rob Zombie ama i freak, ama i diversi, trova la bellezza dove altri vedono il brutto e ripudia gli ipocriti che sono più violenti dei Firefly, i quali, senza maschere sociali, si mostrano per come sono. Ma c’è da dire che questo concetto verrà meglio espresso nel suo sequel La Casa Del Diavolo, primo suo capolavoro di cui parlerò in seguito.
Qui sotto vi lascio il link per l’acquisto del film, nell’imperdibile cofanetto della trilogia curato da Midnight Factory.
Cofanetto Midnight Factory : https://midnightfactory.it/film/rob-zombie-boxset
