Chi mi conosce sa bene che amo la fantascienza, poiché, oltre all’effetto meraviglia che mi conquista da bambino, permette di poter toccare tematiche molto complesse. Sia chiaro, ciò non vuol dire che un film di fantascienza debba essere per me un trattato filosofico, lentissimo e noioso, ma che anche un semplice film a tinte fanta-horror come Terminator possa portare a delle riflessioni. Va da sé che andando a vedere DISCLOSURE DAY, firmato da un maestro come Steven Spielberg, le aspettative salgono, ma purtroppo devo dire che il film non mi ha convinto per niente.

La trama è piuttosto semplice: un informatico, Daniel Kellner, è braccato dalla Wardex, agenzia paragovernativa con a capo Noah Scanlon, per aver sottratto informazioni e prove dell’esistenza degli alieni e delle torture ad essi causategli. Daniel riesce a scappare insieme alla sua ragazza Jane, alla quale spiegherà tutto. Contemporaneamente, la meteorologa Margaret Fairchild, dopo aver visto un uccello cardinale in casa, inizia inspiegabilmente a conoscere i pensieri di chiunque incontri, ponendosi con grande empatia, e a parlare lingue mai apprese, tra cui una extraterrestre. A seguito di ciò diventa anche lei bersaglio della Wardex e inizia così, non solo una fuga, ma anche una ricerca reciproca tra i due protagonisti per svelare la verità al mondo.

Con questa storia in verità potevano venir fuori vari tipi di film: un film sui preconcetti verso il diverso, un’avventura fantascientifica molto leggera, un racconto che ridicolizza le teorie del complotto, un film che pone domande di gnoseologia (ovvero sulla “conoscenza”) oppure di teologia. Il problema di DISCLOSURE DAY è che accenna a fare alcune di queste cose, ma con estrema superficialità da non centrare il punto, diventando retorico e insufficiente, al punto, paradossalmente, da favorire quelle teorie del complotto che oggi ci distraggono da evidenti problemi sociopolitici.

Andando con ordine, ciò che resta del film è sicuramente la regia di Steven Spielberg. Un uomo che quando si tratta di muovere la macchina da presa e creare i raccordi tra una scena e l’altra resta ancora un genio. Già solo la presentazione del personaggio di Margaret, con quel passaggio da lei come conduttrice a lei in casa che si prepara la colazione, è da far studiare nelle scuole di cinema. Anche le scene action o volutamente comiche hanno una resa tecnica perfetta, così come le belle scene in cui il villain Noah intercetta con uno strumento alieno i nostri protagonisti. Indubbiamente, un livello tecnico così alto, una bella fotografia e qualche accenno (seppur nulla di eccezionale) della colonna sonora di John Williams, riescono a tenere ancora alta la vostra partecipazione al film e, come dicevo, ad avercene di film tecnicamente resi così bene.

Il problema subentra, oltre che per alcune scelte di messa in scena, soprattutto per la sceneggiatura di David Koepp, il quale conferma una parabola discendente nella sua carriera. Stiamo parlando di chi negli anni ’90 e inizio 2000 ci ha fatto sognare con Jurassic Park e La guerra dei mondi dello stesso Spielberg, Spider-Man di Raimi, Carlito’s Way e Mission: Impossible di De Palma, ma che negli ultimi anni, ad eccezione dei film di Soderbergh, come Presence uscito lo scorso anno, si è perso con quella ciofeca de La mummia del 2017, il discreto Indiana Jones e il quadrante del destino e Jurassic Word – La rinascita.

Come detto, il film prova a parlarci di tematiche che potrebbero essere interessanti, su tutte, la mancanza di empatia che dilaga nel nostro mondo, poi le diverse visioni sul rivelare o meno la verità al popolo e il conseguente rischio di perdita delle certezze e delle credenze religiose. Ci prova, certo, ma non ci riesce, in quanto tutto ciò è rilegato a poche frasi fatte dei personaggi che rendono tutto banale e retorico, inoltre, buona parte del racconto è troppo centrato sulla fuga dei nostri protagonisti dalla Wardex e il bisogno incessante di rivelare ciò che si conosce. Va sottolineato che il film è ambientato in un mondo non dissimile dal nostro, in cui spesso si parla di una possibile terza guerra mondiale; peccato che salvo vedere sullo sfondo, in una scena, una massa di persone comprare casse di provviste, non si avverte minimamente un senso di paranoia e cattiveria nelle persone, né tanto meno uno stato d’emergenza.

Questa situazione sullo sfondo doveva giustificare il fatto che questi alieni ci fanno riscoprire l’empatia, che secondo il film risolverebbe tutti i mali. Anziché indagare il perché il mondo ha perso l’empatia, il film vuole sottolineare semplicemente che se fossimo tutti più empatici e buoni non ci sarebbero guerre. Bell’intento, peccato che un tema del genere, valido nella sua semplicità, debba essere ben articolato per porre le domande giuste ed è necessario quindi creare un conflitto che funzioni, invece, qui scade nella banalità.

Infatti, non funzionano gli scontri tra i personaggi con idee opposte, come Noah e il ribelle Hugo, in quanto vengono esposte le loro visioni con slogan semplicisti, e le azioni dei personaggi non sono per nulla evocative delle loro idee, anzi, in particolare Noah che dovrebbe contrastare la divulgazione della verità, non sembra per niente determinato in quanto si arrende troppo presto e i suoi sodali sono di un’incapacità che non ci si crede.

Quest’ultimo in particolare è uno dei più grandi difetti del film, poiché passi il messaggio oltre che banale, ma la tensione è completamente assente se i nemici sono degli incapaci totali. Un’azienda che ha per anni conservato dati segretissimi, devo credere che abbia una marea di dipendenti, di cui non si accorge che un numero elevato si è assentato dal lavoro rintanandosi in un capannone per cospirare (e non parliamo di metalmeccanici, questi custodiscono segreti alieni); inoltre, non sanno nemmeno circondare un perimetro in trenta di loro, né colpire un bersaglio a distanza ravvicinata. Di un ridicolo mai visto.

Veniamo ai “buoni”: il conflitto tra Daniel e la sua ragazza Jane, inizialmente pareva interessante, poiché la ragazza pone il problema di come una tale rivelazione potrebbe far crollare tutte le certezze e credenze della razza umana. Seppur lei troppo ingenua, dal mio punto di vista, sul piano religioso, per lo meno, mettendo in contrapposizione Daniel che è maggiormente determinato a rivelare la verità, poteva offrire uno sviluppo del personaggio di lei interessante. Invece Koepp fa peggio, mettendo in scena una patetica telefonata tra Jane e la suora Maura, in cui quest’ultima afferma che, poiché Dio ha creato l’uomo come la sua somma creazione sulla Terra e non su altri pianeti, lei accetta gli alieni. La suora che accetta gli alieni senza batter ciglio, senza conseguenze da parte dell’autorità religiosa, che giustifica addirittura la loro esistenza come parte del piano di Dio, fa ancora più scadere il film, considerando che questa scena aveva lo scopo di evolvere il personaggio di Jane nella convinzione di dover rivelare la verità.

Perché il personaggio cambia idea non per un senso di giustizia, ma perché questa rivelazione non mette in discussione la religione. Ancor peggio è la scena in cui una scienziata ribelle si fa il segno della croce dinanzi a Margaret poiché possiede le abilità che le hanno dato gli alieni. Completamente senza senso e filoreligioso che ci ho riso tutto il tempo. E di altre cose insensate e ridicole ce ne sono, come il piano di Hugo inutilmente complesso dato ciò che si svelerà dopo.

Visivamente Spielberg riprende l’estetica degli alieni retrò e i cerchi nel grano, cosa che potrebbe essere gradita vedendolo nell’ottica di un film che vuole farci tornare al fascino di un cinema passato. Il problema è che questi omaggi non hanno forza, in quanto quell’estetica è ben consolidata nella nostra mente e da sola non produce più l’effetto meraviglia. Va da sé che si richiede, a maggior ragione, più consistenza nella scrittura e magari uno stile visivo più particolareggiato di quello proposto.

 

Il film forse negli intenti vorrebbe presentarsi come Incontri ravvicinati del terzo tipo dello stesso Spielberg, cercando in parte di voler raccontare anche una fiaba fantascientifica, dove gli alieni in realtà sono più buoni degli umani. Peccato che in questo caso il film fallisca a causa delle scelte di scrittura già descritte, della scelta del punto di vista dei personaggi che non sono persone comuni, e della messa in scena che non ha la stessa potenza.

Nonostante tutto, oltre alla regia, si salva anche la prova degli attori: Emily Blunt interpreta Margaret splendidamente, così come Colin Firth riesce ad essere minaccioso come Noah, quando la sceneggiatura glielo permette. Senza dimenticare il grandissimo Colman Domingo che interpreta Hugo, bucando lo schermo ogni volta che compare.

Potrei risultare molto severo, perché quando alla base di un film ci sono troppi passaggi retorici non riesco a sopportarlo. Mettendo vicino a questo anche delle cose che sul piano della messa in scena secondo me non funzionano, sicuramente il giudizio negativo si aggrava. Ma, trattandosi di un autore importante come Spielberg, con una regia che non fa rimpiangere anche i suoi lavori più perfetti, un cast che nonostante tutto ha lavorato molto bene, considero il film mediocre.

Un film di fantascienza a tratti ispirato dalla regia, con momenti anche di azione e fascino per la tecnologia aliena, che si porta a casa la visione tranquillamente se si passa sopra al contenuto. Ma dubito che possa essere un film memorabile, considerando che anche stilisticamente lo stesso Spielberg poteva dare di più.

Essendo una prima visione in sala, questo è un parare a caldo che col tempo potrà mutare in positivo o ancor più in negativo, ma oggi, caro Steven, penso che questo DISCOLSURE DAY era meglio se lo tenevi closed nel cassetto insieme a E.T. l’extraterrestre (che comunque è indubbiamente meglio) e mi davi un altro filmone, magari quello prossimo.