Lucio Fulci viene definito “il terrorista dei generi”, poiché di solito, quando approdava in un genere cinematografico, lo contaminava di altri elementi consoni ad altri generi, suscitando uno shock per il pubblico. Tra i tanti capolavori di questo genio del cinema, parto da NON SI SEVIZIA UN PAPERINO perché, più di Una sull’altra del 1969, è il suo primo film che maggiormente ha sovvertito le regole del thriller.

La trama è già di per sé inaspettata: Accendura, un immaginario paesino della Lucania, è sconvolta dalla morte di tre bambini da parte di un misterioso killer seriale. Le forze dell’ordine e il giornalista Andrea Martelli indagano su tutta la comunità e quando i sospetti cadranno su una maciara (una fattucchiera) e su una ricca signora, il caso mostrerà sempre più la sua complessità e si scontreranno con la parte più oscura dell’umanità.

Anzitutto, è importante sottolineare che molte delle scelte attuate, dalla narrativa, all’ambientazione e allo stile, costituivano una vera e propria novità per l’epoca. La scelta di Fulci di ambientare la storia in un paesino immaginario della Lucania ha dato il via ad un giallo rurale che non era solito vedersi, se consideriamo che già i thriller di Argento erano ambientati in grandi città, e che lo stesso NON SI SEVIZIA UN PAPERINO doveva essere inizialmente ambientato a Torino, precisamente, in un quartiere popolato principalmente da operai della FIAT. Scegliere un paesino ha conferito al film un’ambientazione particolare, dove gli spazi verdi, il sole che illumina le case e la semplice vita degli abitanti contrasta fortemente con la storia macabra e cupa del film. Anche il dialetto è un elemento fondamentale, che rende tutto verosimile ed alimenta il coinvolgimento dello spettatore. Basterebbe già questo rendere il film un capolavoro; un film che ha anticipato film eccezionali come La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati oppure A Classic Horror Story di Robeto De Feo e Paolo Strippoli, distribuito non molto tempo fa, purtroppo, da Netflix (che non smetterò mai di chiamare “Merdflix” e che non supporto più).

Lo stile adottato da Fulci, come accennavo, è veramente impattante. Da “terrorista dei generi” (definizione in cui si riconosceva), il regista romano segue in parte quello che è il canone del thriller, ma inserisce, oltre all’ambientazione più “povera”, momenti legati alla commedia e al cinema erotico, come la scena in cui Barbara Bouchet si mostra completamente nuda dinanzi a un bambino (scena sulla quale tornerò più avanti); troviamo, poi, legami col cinema folk horror, attraverso le suggestive scene con protagonista la maciara, senza dimenticare, poi, lo splatter nelle sequenze più violente della pellicola.

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La potenza di Fulci, non è solo stilistica, ma è anche nella composizione dell’inquadratura, con riprese panoramiche, in luoghi isolati che ci immergono in questo paesino, che suscita bellezza e smarrimento. È nei primi piani e nei particolari, i quali colgono ogni stato emotivo dei personaggi; ed è nelle soggettive in cui possiamo vedere coi loro occhi ciò che scoprono o provano. Come sempre, è doveroso citare l’importanza del montaggio che è fondamentale nella narrativa di un film. Fulci, riesce ad essere sempre frenetico nei momenti più violenti e concitati, ma non si tratta sempre di frenesia che vuole suscitare un momento di confusione, ma, specie durante gli atti più violenti, si tratta di un montaggio serratissimo di tutte le inquadrature dei vari particolari delle ferite e dei volti sfigurati, tenute il giusto tempo per essere assimilate dal pubblico allo scopo di restituire a noi il dolore che sta provando il malcapitato. In particolare, la scena del linciaggio di un personaggio è l’esempio perfetto di tutto questo: una scena potentissima, accompagnata musicalmente dalla dolce “Quei giorni insieme a te” di Ornella Vanoni, che miscelata a quelle cruente immagini, rende tutto più inquietante, più vero, tristemente normale.

L’espediente musicale, non è un caso unico di quella magistrale sequenza, ma è l’impianto musicale dell’intero film, il quale, oltre ad altri brani, presenta la colonna sonora originale di Riz Ortolani che accompagna il film con una musica dolce e un po’ malinconica, contrastando enormemente con ciò che mostra il film.

Potremmo dire che questo film “vive di contrasti” ed è così. Il tema del film diviene più concreto grazie ad essi. Il film parte dalla morte dei tre bambini che sconvolge una comunità, e attraverso gli occhi superficiali delle forze dell’ordine (tra cui spicca un ottimo Ugo D’Alessio) e il nostro giornalista, interpretato benissimo dal grandissimo Thomas Milian, ci immergiamo sempre di più nei meandri più oscuri dell’umanità. La fittizia Accendura diventa teatro non solo della superstizione dei piccoli paesi, ma anche del pregiudizio, del colpevolismo, della sete di vendetta, dell’indifferenza e del cattolicesimo più sfrenato. Su quest’ultimo punto va menzionata la particolare interpretazione di Marc Porel nel ruolo di don Alberto Avallone; un prete che si occupa dei bambini della comunità cercando di difenderli dal male, ma adotta una condotta cattolica che condanna l’esplorazione della sessualità e addita donne disinibite, come la ricca donna di città Patrizia, interpretata dalla già citata Barbara Bouchet.

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Per quanto riguarda quest’ultima, essa costituisce una delle due interpretazioni femminili più importanti del film. Il personaggio di Patrizia, come detto in precedenza, è una donna facoltosa che viene dalla città e che è originaria di Accendura. È un personaggio che costituisce un ulteriore elemento di contrasto: La casa in cui vive è moderna, ha una bellissima automobile, veste in maniera succinta e soprattutto si sveste in casa stuzzicando un bambino che non è lì per caso, ma vive in quella casa in quanto i genitori ci lavorano come domestici. La scena in questione comportò una denuncia nei confronti di Lucio Fulci, il quale dovette dimostrare in tribunale che l’attore bambino chiaramente non era realmente presente, avendo girato il “campo e contro campo” in momenti diversi, e che quando si vede di spalle il bambino, si trattava in realtà di un attore affetto da nanismo. Fulci ebbe la meglio in tribunale, ma questa curiosità merita di essere raccontata per far leva sulla potenza emotiva della scena, che scuote soprattutto i benpensanti, i quali dimenticano che il cinema è un gioco di prestigio. Nella narrativa del film la scena è fondamentale poiché Patrizia rappresenta l’emancipazione e il pensiero libero da preconcetti, superstizioni e moralismi.

L’altro grande personaggio femminile è sicuramente la “maciara” interpretata in maniera eccezionale da Florinda Bolkan, attrice brasiliana di enorme talento. Questo personaggio è molto particolare: viene presentato come una donna misteriosa, dedita alla magia nera, disseppellisce ossa e fabbrica bambole voodoo. Un personaggio che da un lato si integra nella maniera più estrema in un contesto che vive di superstizioni e credenze, ma dall’altro rappresenta anche la sofferenza di chi è emarginato ed è vittima delle dicerie di una comunità. La Bolkan sfoggia una recitazione fortissima sul piano emotivo: sceglie di non incontrare gli attori, provando realmente, come un’attrice di metodo, il senso di isolamento; cura personalmente l’aspetto estetico povero ma magnetico e carica la mimica facciale che trasmette la tragicità del personaggio.

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Insomma, NON SI SEVIZIA UN PAPERINO è ancora oggi un thriller che funziona sul piano filmico e sul piano tematico. Un film audace che mette a nudo l’individuo e la comunità, mostrando tutte le sue “ombre” che si celano dietro la sua “luce”. È audace perché in maniera sfacciata sfida il pubblico italiano nel riconoscersi in questa dualità, e sfida la Disney, che si oppose all’utilizzo di “Paperino” nel titolo del film (che in questo caso, allude alla parola “bambino”). Fulci vinse la sfida con la Disney, poiché i produttori inserirono l’articolo “un” appena appena oscurato; ma la sfida col pubblico non la vinse solo allora coi buoni incassi, ma anche oggi, poiché il tempo ha accresciuto gli estimatori di questa pellicola, tra appassionati qualunque, come il sottoscritto, e grandi nomi come Tarantino.

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