Perché siamo tutti in fissa con Spider-Man? Perché questo personaggio per ragazzini trascende l’età? Come fa a fare un miliardo di dollari in un weekend, mentre che il mercato dei superhero movies è in crisi? Insomma, cos’ha di speciale Spider-Man? La risposta risiede proprio nell’essenza di questo personaggio nato da Stan Lee e Steve Ditko. Lo amiamo a qualsiasi età non tanto per i poteri, ma per ciò che rappresenta, per la sua unicità. Questo nuovo film, in un certo senso, ribadisce questo concetto.

La trama: Dopo gli eventi del film precedente, in cui un incantesimo del Dr Strange ha fatto dimenticare a tutti l’esistenza di Peter Parker, il nostro eroe è concentrato sulla sua attività come Spider-Man. Per quattro anni combatte il crimine con successo, guadagnandosi la stima dell’ispettrice Jean DeWolff. Nel frattempo, la sua vita da Peter Parker è in crisi, poiché vive in totale isolamento, tormentato dalla decisione di non ripresentarsi al suo grande amico Ned e alla fidanza MJ. A questa crisi coincide una mutazione del suo DNA aracnide e l’arrivo di un nuovo nemico in città, in grado di possedere ogni persona leggendogli la mente, che ha preso di mira il Damage Control (Dipartimento del Controllo dei Danni). Peter non dovrà solo salvare la città, ma anche esplorare sé stesso e per farlo avrà bisogno persino di un violento giustiziere: The Punisher.

Diciamo subito che questo nuovo film sull’arrampicamuri dell’era MCU è davvero un nuovo inizio ed è senza dubbio la migliore versione del personaggio incarnata da Tom Holland. A mio giudizio, i precedenti tre capitoli diretti da Jon Watts furono non solo deludenti e poco incisivi sul potenziale del personaggio, ma due di questi erano anche film osceni, con una marea di inconsistenze da essere indifendibili. Qui siamo dalle parti di un film “modesto”, nel senso che da un lato è un buon film di supereroi che ha tanto da dire e che centra il punto tra scelte visive giuste e punti alti di scrittura, d’altro canto i suoi pregi coesistono con una serie di problematiche figlie di scelte pregresse e di qualche limite tecnico. Partiamo dai pregi che sono tanti.

La novità non è solo in una trama più consistente e nella maturità del personaggio, ma sta anche sul piano tecnico. Partiamo dalla regia, che è fondamentale, per poi passare alla sinergia tra direttore della fotografia, montatori, sceneggiatori, stunt cordinator, scenografo e costumisti. Destin Daniel Cretton non è certamente un regista fortemente autoriale, ma è un regista di mestiere che, in questa pellicola, sa gestire i frenetici movimenti di macchina nelle sequenze action, rendendole leggibili e godibili, anche se non riesce a trovare il guizzo giusto da rendere memorabile un’inquadratura. Ci prova inserendo delle sequenze al rallentatore (in particolare le tecniche dette speed ramping e freeze time) per creare un effetto “fumetto che prende vita”. Queste funzionano abbastanza quando hanno una forte base di elementi reali, ma posso risultare anche “sgradevoli” dove, per necessità, è stato fatto un uso massiccio di computer grafica e IA. D’altro canto, Cretton è stato molto efficace nelle scene drammatiche, sfruttando i giusti primi piani ben cadenzati da un ottimo montaggio.

spider-man-brand-new-day-tom-holland-7

Pur essendo questo un piccolo miglioramento rispetto ai tre film di Watts, a Cretton forse va riconosciuto un grande merito: aver “restituito” Spider-Man al popolo, e per farlo doveva centrare la sceneggiatura e contornarsi di tecnici di fiducia in molti reparti, per renderlo urbano e tangibile. La capo costumista Sanja Hays è la stessa del precedente film, ma Cretton e l’attore Tom Holland hanno chiesto di realizzare un costume più artigianale, abbandonando quel design hi-tech distante dall’eroe di quartiere. Il costume è bello, vivo e ci ricorda una delle ispirazioni fondamentali per l’eccentricità degli eroi dei fumetti: i lottatori e i forzuti da circo dei primi del Novecento. Alla fotografia Cretton chiama il suo fidato direttore Brett Pawlak, il quale lavora su una luce naturale e morbida, offrendo al film uno stile visivo realistico e intimo. Le scenografie sono curate da Charles Wood, che fa parte della squadra Marvel Studios con numerosi progetti. La sua esperienza nel creare dei set fisici dove poi aggiungere il resto della scenografia al computer è stata fondamentale per capire fin dove potessero arrivare con tutto ciò che è pratico, prima di aggiungere la CGI. Wood ha ricreato strade e palazzi di New York a Glasgow e negli studi, cercando sempre di evitare troppi sfondi fittizi; persino un vagone della metropolitana è stato ricostruito fisicamente e non digitalmente. Avendo spesso un’ambiente fisico su cui interagire, è stato richiesto un lavoro più duro da parte di Holland e degli stunt. Lo stunt cordinator Peng Zhang è un altro collaboratore di Cretton, il quale ha elaborato coreografie più fisiche e geometriche (alcune ispirate anche al videogioco Spider-Man del 2018), riducendo il blue screen per evitare l’effetto digitale del personaggio su schermo.

Come si può vedere, tutto va nella stessa direzione e possiamo dire che Cretton è stato molto bravo a mediare con la produzione per cercare di dare il più possibile una visione coerente, centrata e controllata. Ma la sceneggiatura merita un discorso a parte, poiché è abbastanza altalenante tra elmenti elevati, alcuni buoni ed altri che non mi hanno convinto. Ufficialmente, gli sceneggiatori sono i soliti dei film precedenti, Erik Sommers e Chris McKenna, i quali vennero scelti per le loro esperienze nella commedia, ma già prima dell’arrivo di Cretton, Holland e Zendaya hanno chiesto di spingere su una sceneggiatura più matura. Successivamente, Cretton ha richiesto sia di rivedere dei punti del racconto volendo inserire un villain che riflettesse meglio il conflitto interiore dei personaggi, sia una modifica delle scene drammatiche per una maggiore intensità. Per il primo punto ha fatto principalmente riscrivere il secondo e il terzo atto, per l’aspetto più drammatico si è affidato a Justin Kuritzkes, noto per i suoi lavori in Challengers e Queer di Luca Guadagnino. Non mancarono revisioni sul set anche con gli stessi attori, al punto che lo stesso Tom Holland avrebbe improvvisato una delle ultime battute del film che racchiude retoricamente uno dei messaggi del film.

Il risultato è una sceneggiatura che ha alti e bassi, ma sicuramente non cade a picco come le precedenti pellicole. Spider-Man è sempre funzionante e divertente, ma Peter Parker finalmente guadagna di più, con un conflitto interiore notevole: è isolato come essere umano, mentre come eroe soffre di solitudine ed è stacanovista; da una parte vorrebbe riallacciare i rapporti e dall’altra ne ha timore, perché tutto è cambiato e il cambiamento ci spaventa.

brandnewday_mj_spiderman

Questo cambiamento è simboleggiato da una mutazione genetica che cerca di controllare, e per i più attenti questo è un ottimo esempio di come il fan service deve far posto alla narrazione cinematografica: nella storia originale a cui si ispira, Peter sta diventando un vero e proprio mostro con più braccia, ma noi non vedremo mai questo tipo di mutazione, perché altrimenti sarebbe stato un elemento decentrato dal racconto del film, cadendo nuovamente, come nel precedente, in un’accozzaglia di eventi fini a sé stessi. Tom Holland finalmente è sia un ottimo Spider-Man che un grande Peter Parker, che possiamo sentire dentro di noi. Il villain è avvolto dal mistero anche se, interpretato da Sadie Sink, molti appassionati avevano capito quale fosse il suo personaggio. Io sono tra questi e devo ammettere che prima di vedere il film non ne ero entusiasta, essendo stato già abusato in passato in altre pellicole discutibili ed essendo anche un po’ distante dal protagonista e dalla sua dimensione “urbana”. Ma devo dire che per quello che voleva raccontare Cretton è interessante: assume davvero la funzione narrativa utile a porre ulteriori riflessioni come l’accettare se stessi e la discriminazione, ma è la risoluzione del conflitto sia interiore che tra i contendenti che è interessante, poiché non è sul piano della lotta fisica ma è sul piano psicologico e morale che Spider-Man risolve i problemi, e ci fa persino “innamorare” del villain.

Tra i comprimari abbiamo The Punisher, il giustiziere più violento della Marvel, che rispetto alla versione televisiva (sempre interpretato da Jon Bernthal) non vediamo mai le conseguenze sanguinolente dei suoi colpi, e nonostante appaia al solito burbero, è notevolmente più giocoso col nostro Spidey. È chiaramente un Punisher inserito in un contesto diverso, più edulcorato, ma ciò non snatura il personaggio: il suo approccio violento è comunque presente e rappresenta un personaggio più maturo e oscuro del protagonista. Il rapporto tra i due opposti vigilantes è molto interessante, proprio perché nella parte centrale della pellicola funge da ulteriore tassello per affrontare il tema dell’isolamento, della solitudine e della perdita. Punisher è utile alla crescita emotiva del nostro Peter, ma lo stesso Punisher evolve grazie al giovane eroe, mettendo in discussione la sua autocondanna all’isolamento e la fallacia dei suoi metodi.

Come ulteriori comprimari abbiamo la già citata ispettrice Jean DeWolff, interpretata da Liza Colón-Zayas, che ha una funzione quasi materna per Spider-Man; molto interessante è il personaggio di William Metzger, capo del Damage Control, interpretato da un posato e ambiguo Tramell Tillman; poi MJ interpretata da Zendaya che ha uno dei momenti più emozionanti e ben scritti del film, ed infine Jacob Batalon, nel ruolo dell’amico Ned, il quale pur mantenendo il suo ruolo di comic relief, subisce anch’egli un’evoluzione essendo più addentrato in una vita da studente adulto e non ragazzino. Sia Batalon che Zendaya non hanno un grande spazio, anche perché, come detto, Peter si è isolato e non riesce a ricongiungersi con loro, ma nonostante tutto, oltre al già citato momento emotivo con Zendaya, possiamo assistere a un dialogo tra Ned e MJ adatto ad un contesto adulto, che affronta la rinuncia di offerte di lavoro apparentemente importanti, al fine di non snaturare sé stessi e ad ambire a qualcosa che ci rappresenti meglio. Ci sono anche altri personaggi in questo film, ma vorrei discuterne ora che vediamo le criticità.

dMJoMeqAbWENePpZo4w3pV

Dunque, sono tanti i punti positivi nella scrittura dei personaggi degli eventi in funzione di una narrazione che vuole andare in direzioni ben precise. Ma forse la continua revisione e riscrittura ha comportato delle problematiche che non sono riusciti a risolvere: oltre ai già citati, vi sono anche altri personaggi come la Vedova Nera, interpretata dalla magnetica Florence Pugh, che viene direttamente dal film Thunderbolts* e che ha come funzione quella di passare delle informazioni a Spider-Man, ma avendo già due personaggi “tattici” come The Punisher e la DeWalff, poteva essere tagliata, così da non riempirci ancora lo schermo con l’ennesimo personaggio del mondo condiviso. Va detto che il siparietto comico in piscina funziona, ma non basta a giustificare il personaggio. Più funzionale alla trama è il personaggio di Bruce Banner/Hulk, ma la presenza del mostro verde rientra anche tra i tre più importanti difetti del film. In assoluto il punto della trama più debole è proprio il modus operandi del cattivo, poiché avendo la facoltà di poter possedere chiunque nel raggio di dieci metri, per entrare nel Damage Control, possiede prima l’autista di un blindato e poi personaggi potenti, come il cattivo Scorpion e Hulk, per spaccare tutto, attirando inevitabilmente attenzione. Ci si chiede, perché non possedere un dipendente o un funzionario e giocarsela furtivamente? Non credo venga mai spiegata la necessità di tale clamore (a una seconda visione proverò a farci caso, ma visto che in molti si stanno ponendo le stesse domande, probabilmente non mi son perso nulla); la spiegazione che posso darmi è che serviva una giustificazione per far entrare Spider-Man in azione, adattandosi anche a ciò che era la sceneggiatura in passato (Scorpion, ad esempio, era previsto come un villain principale). Altro punto debole è che, per quanto sia stato fondamentale riportare Spider-Man/Peter Parker in una dimensione più vicina a noi nei sentimenti e nelle problematiche, mancano una serie di informazioni che offrono maggior credibilità al contesto e che rappresentino meglio una grande città come New York, ovvero: come si mantiene Peter? Che lavoro fa? Cosa sta studiando? Sta affrontando le difficoltà degli studi e nel pagare l’affitto ogni mese? Come viene trattato dal suo capo? Questi quesiti non sono un mero voler conoscere troppo, ma si tratta di essere coerenti e approfonditi quando si vuol calare un personaggio in un contesto urbano vicino al nostro. In tutti i film vengono spese due parole circa il lavoro di qualcuno, no? Sappiamo che lui è Spider-Man (che guadagna solo gloria, quando gliela danno) ma come Peter lo vediamo sempre in casa a costruire il suo costume o a gestire l’aspetto psicologico, emotivo e relazionale della sua vita. Insomma, il contesto sociale è troppo rilegato alla nostra immaginazione.

spider-man-brand-new-day-scena-post-credit

Infine, l’ultimo problema risiede nel finale della pellicola che non posso rivelare, ma posso dire che per quanto emozioni e risate non mancano, è abbastanza surreale per il patto narrativo che si è fatto con questi personaggi. In verità, una o due sequenze che avrebbero risolto il problema effettivamente furono girate, ma Cretton le ha tagliate per ragioni di ritmo del film (considerate che sono 145 minuti, che volano ad ogni modo), e questo è sintomo ancora una volta di come una sceneggiatura traballante possa portare a scelte drastiche che possono minare il godimento di un’opera cinematografica.

In conclusione, possiamo dire che questo SPIDER-MAN: BRAND NEW DAY è sicuramente un superhero movie modesto, con una scrittura che, nonostante le falle, mira a porre interessanti spunti di riflessione attualissimi, come l’isolamento, la solitudine, il burnout, la metathesiofobia (paura dei cambiamenti), l’identità e le discriminazioni. Tutto questo in un film fantasy d’azione, dove trova spazio il gusto per gli inseguimenti e i combattimenti tra uomini corazzati, mostri enormi e ninja (per questi ultimi ammetto di avere un debole, amo i ninja), tutto accompagnato dalle splendide musiche di Michael Giacchino. Si può avere di più per la scrittura e la regia? Non solo, dobbiamo pretendere di più. Perché nel 2004 un grande regista, che si chiama Sam Raimi, ha dimostrato che si poteva raggiungere lo status di capolavoro col suo Spider-Man 2, quindi è possibile andare oltre la sufficienza. La strada battuta da questo film è giusta, la voglia di rivederlo la lascia, e fornisce messaggi importantissimi, ma orchestrare meglio una sceneggiatura in una direzione sin da subito chiara, potrà regalarci dei film su questo straordinario personaggio veramente ottimi, con poche lacune, anche con un regista di mestiere capace, che ha il pieno controllo della situazione. Sono quasi convinto che Cretton sarà riconfermato, grazie all’enorme successo, e quindi mi auguro che con lui a bordo sin da subito possa arrivare un quinto capitolo veramente ottimo e magari, a sorpresa, qualcosa anche di più. GO SPIDEY GO!