Solitamente, quando una serie tv viene trasposta al cinema, il risultato è molto deludente. In passato, fatta eccezione per il buon Mission Impossible di De Palma e Il Fuggitivo di Andrew Davis, che infatti sono impressi nella memoria collettiva, tutti gli altri tentativi furono film disastrosi o mediocri. Ma nel 2006 arrivò nelle sale l’adattamento di MIAMI VICE del maestro Michael Mann. Alla sua uscita fu un film estremamente divisivo e in linea generale, potremmo dire che fu percepito come un ennesimo fiasco. Da fan del regista e della serie tv, che beccavo nelle ore del mattino in estate, mi recai subito in sala a vederlo e, a differenza della percezione generale, rimasi folgorato dalla bellezza del film. Pensai: “ecco come si fa un film tratto da una serie tv!” A vent’anni di distanza è considerato un vero e proprio cult, un film incompreso che oggi piace a tantissimi al punto che in rete potete trovare tante richieste di un sequel diretto. Sono contento di questa rivalutazione e in questa analisi del film, cercherò di dimostrare che si tratta di uno dei migliori thriller polizieschi degli ultimi vent’anni.
La trama è molto semplice: i detective Sonny Crockett e Rico Tubbs di Miami-Dade vengono infiltrati da un agente speciale dell’FBI, a capo di una task force tra agenzie, come contrabbandieri per catturare un gruppo di criminali della Fratellanza Ariana. A questo scopo, offrono i loro servizi a José Yero, trafficante colombiano delle AUC (paramilitari di estrema destra colombiani), dal quale i criminali attingono per distribuire gli stupefacenti. Una volta infiltrati scoprono che il vero capo è Arcangel de Jesus Montoya, che gestisce a livello transnazionale non solo il traffico di droga, ma anche armi e software pirata. Per i due detective la situazione diventa sempre più tesa, spingendosi oltre i limiti della legalità e coinvolgendo i sentimenti, in particolare Sonny che s’innamora di Isabella, consigliere finanziario e amante del boss. Le due realtà, quella vera e quella fittizia, sono destinate a scontrarsi violentemente.
Per chi conosce la serie tv, la trama può ricordare la struttura di una puntata qualsiasi, ma la notevole differenza risiede sia nell’incredibile approfondimento che fa Mann sul funzionamento dei traffici illegali e sul quadro psicologico degli agenti sotto copertura, sia nel piano tecnico e drammaturgico che offre un film più cupo, autoriale e innovativo rispetto al materiale di partenza. Partiamo appunto dal piano tecnico. Se dalla serie tv Mann prende i personaggi, il plot, gli abiti e le auto di lusso, dall’altro rifiuta tutto ciò che ha reso iconico il prodotto televisivo, ovvero i colori pastello delle scenografie e degli abiti, la bizzarria di alcuni personaggi, la battuta pronta dei protagonisti e il tema di Jan Hammer. Alla base di queste rinunce vi è forse la scelta più grande in assoluto: non ambientare il film negli anni ’80, ma nel presente. Cambia la musica, cambia il modo di essere sgargianti, cambiano la tecnologia e il crimine, e soprattutto cambiano le tecniche cinematografiche. Conscio di questo, Mann attua quello che già ha fatto col film precedente, Collateral, sperimentando in maniera più radicale le nuove telecamere digitali (in particolare la Thomson Viper e la Sony CineAlta già usata da Lucas per Star Wars), che gli permettono di catturare la notte con maggiore profondità, cosa impossibile con la pellicola senza supporto di luce artificiale. Ma se questo sistema ha rivoluzionato il modo di fotografare la notte nel cinema già nel suo precedente lavoro, in questo film Mann voleva principalmente offrire una visione inedita delle scene di giorno, trasformando i limiti tecnici del digitale in una scelta artistica senza precedenti. Generalizzando, le camere digitali dell’epoca soffrivano del contrasto duro del bianco, perdendo di dettaglio. Insieme al grande direttore della fotografia, Dion Beebe, il regista di Chicago ha sfruttato il picco massimo dei sensori e dei filtri polarizzatori per ottenere una particolare tridimensionalità e densità del bianco. Il risultato è un’estetica iperrealistica. Le riprese aeree, con quelle nuvole bianche tridimensionali, regalano la sensazione di un moderno dipinto. Dion Beebe realizza un vero e proprio capolavoro di fotografia.
Come sempre, questa scelta estetica non è fine a sé stessa, ma è funzionale al tono e ai sentimenti del film. Rispetto alla serie tv, Miami viene mostrata spesso di notte, senza spiagge patinate, attraverso una serie di luci artificiali, roulotte sporche, porti desolati e tetti di grattacieli non illuminati dal sole estivo, ma da tempeste “apocalittiche” (reali, non create artificialmente). Il cielo azzurro fa spazio a un cielo violaceo. La luce del giorno, al contrario, è spesso ricercata nelle località più esotiche del film; località che per realismo e investimento produttivo costituiscono un’ennesima novità rispetto al prodotto televisivo. I due detective viaggeranno a Ciudad del Este in Paraguay, l’Avana a Cuba e ad Haiti nei Caraibi, dove le già citate camere digitali offrono una visione “allucinogena”, quasi onirica. Tutte queste scelte visive, come accennato, riflettono la psicologia dei personaggi che sono in uno stato confusionale, sempre in allerta, messi dinanzi a situazioni in cui è necessario compiere scelte veloci. E riflettono anche la crudeltà del mondo criminale globalizzato, preannunciando ancor prima del finale, che non vi può essere un lieto fine.
Oltre alla fotografia, l’altro fondamentale mezzo espressivo del film è il montaggio e la regia straordinaria di Mann. Il film non inizia tradizionalmente con una presentazione dei personaggi: dopo la comparsa del logo della Universal, siamo subito catapultati nel Mansion (storica discoteca di Miami) con “Numb/Encore” di Jay-Z e Linkin Park a palla e il montaggio veloce di cubiste e inquadrature strette sui nostri protagonisti che sono nel bel mezzo di un’operazione. Molte scene così movimentate, come la grande sparatoria finale, sono girate con un effetto “camera a mano”, ottenuto smontando il registratore a cassette (il deck) delle pesanti camere digitali. Queste tecniche restituiscono certamente il senso di velocità e caoticità di determinate situazioni, ma hanno anche contribuito, nei momenti meno concitati, a offrire un risultato più documentaristico nelle fasi esplorative del mondo criminale, e intimo quando viene approfondito il rapporto tra i personaggi e la loro solitudine. Come dimenticare gli sguardi verso il mare di Sonny che vuole fuggire da quella realtà; le riprese degli amoreggiamenti tra Rico e Trudy, tra Sonny e Isabella coi loro balli; il meeting con Yero che degenera in una tensione aggressiva e veloce; le corse in autostrada della Ferrari F430 Spider; il volteggiare degli aerei e le cavalcate del motoscafo offshore sul mare di Miami verso Cuba, mentre “One of These Mornings” di Moby accompagna la scena. Tutto questo è una gioia per gli occhi sul piano tecnico, e un’immersione emotiva totale per lo spettatore. Un’esperienza che non dimenticherete, che non ha bisogno di tante parole. Nessun esercizio di stile, le immagini sono narrativa pura.
Se sul piano tecnico MIAMI VICE sembra meritare un saggio di cinema, non possiamo sottovalutare il grande lavoro di approfondimento di Mann sul nuovo mondo criminale globalizzato e sull’emotività degli agenti sotto copertura, nonché la grande prova degli attori e lo strepitoso lavoro sulla colonna sonora.
Tutto ciò che Michael Mann ci mostra nel film è frutto di anni di ricerca e analisi sul come sia cambiato il crimine organizzato. In questo adattamento non ci sono più singoli boss del narcotraffico che si espongono in una lussuosa Miami, ma individui invisibili che appartengono a un’organizzazione transnazionale che strutturalmente funziona come un’azienda, risultando specchio e figlio del capitalismo neoliberista. Sul suolo di Miami viene mostrato il “braccio armato” e principale distributore che è la Fratellanza Ariana (Aryan Brotherhood, un gruppo di neonazisti e suprematisti bianchi), la quale “giustifica” i suoi traffici affermando che i ricavi servano a “proteggere i bianchi nelle carceri”, ma si tratta chiaramente di una componente ideologica di facciata: il fine reale è quello di essere una multinazionale del crimine organizzato.
Al gradino più intermedio vi è José Yero, membro dell’AUC (Autodefensas Unidas de Colombia, ovvero paramilitari di destra colombiana), colui che rappresenta l’intelligence e il manager operativo del cartello. Quasi invisibile, sospettoso e con risorse belliche e tecnologiche che gli consentono di agire con violenza estrema. I suoi servigi forniscono, quindi, gestione e protezione a quello che è il piano più alto della priamide: Arcangel de Jesus Montoya.
Montoya è paragonabile ad un inavvicinabile e invisibile CEO, quasi un’entità astratta, come un dio del capitale, il quale gestisce un commercio ampio tra droga, armi dall’Ucraina e software pirata dalla Cina al Brasile. È il simbolo di un sistema economico svuotato da ogni morale umana, che riduce tutto a merce e profitto, dove tutto è sostituibile. Puro capitalismo nichilista.
Il personaggio di Isabella, come detto in precedenza è il consigliere finanziario di Montoya, oltre che amante. Spesso affianca Yero e si occupa di spostare i capitali nelle banche off-shore in Svizzera, ripulendo il denaro nei mercati finanziari legittimi.
La descrizione inquietante e precisa di Mann sul crimine organizzato è precisa anche sulle tecnologie utilizzate e sul piano geografico, in particolare a Ciudad del Este che appartiene alla Triplice Frontiera tra Paraguay, Argentina e Brasile, in cui si sviluppano traffici illegali e contrabbando. Una zona del mondo dove è possibile trovare merce di ogni tipo a prezzo basso. Mann filma quelle strade con un approccio documentaristico, come nella suggestiva scena notturna della raccolta del polistirolo.
Ma come detto, l’altro tema del film è l’analisi del lavoro sotto copertura da parte degli agenti di polizia. Sono individui che conducono una vita reale simile alla nostra ma che, per la maggior parte del tempo, devono fingere di essere criminali di medio/alto livello, guidando auto lussuose, vestendo abiti firmati e relazionando per la maggior parte del tempo con criminali senza scrupolo. Mann si focalizza sulla doppia vita condotta dai nostri agenti, restituendo quello che era il focus delle prime due stagioni della serie di cui era produttore e direttore artistico. Il peso di questo sdoppiamento è messo in scena dal regista di Chicago cogliendo gli sguardi confusi e sofferenti dei personaggi, oltre a creare un vero e proprio conflitto morale quando le due realtà stanno per scontrarsi. Parto da qui per analizzare le interpretazioni del cast.
Sonny Crockett è interpretato da Colin Farrell, che ci dona un personaggio straordinario e realistico; attraverso il suo sguardo assente, le smorfie e la sua profonda vocalità riesce a rappresentare alla perfezione l’immagine di un uomo perso, alienato e stanco. Splendido è il suo rapporto con Isabella, a cui dà il volto l’eccezionale attrice cinese Gong Li. Lei appare fredda, forte e indipendente, ma Crockett intercetta nel suo sguardo qualcosa di più e la loro fuga all’Avana è uno spaccato narrativo, in cui entrambi si tolgono le maschere dei cinici e freddi criminali e si mostrano come due esseri umani dai profondi sentimenti, che in realtà sono risucchiati da un mondo spietato dal quale vorrebbero fuggire. Tutto non è spiegato sempre a parole, ma dagli sguardi intensi dei due attori, dalla straordinaria chimica e dalla capacità di Mann di inquadrare l’innocenza dei bambini che corrono sullo sfondo del bar quando i due personaggi sfiorano col pensiero la possibilità di una vita normale.
D’altro canto, abbiamo Rico Tabbs, portato sullo schermo da Jamie Foxx che, fresco del premio Oscar e avendo già lavorato con Mann, tenne molto a interpretare il ruolo. Il suo Rico è il perfetto contraltare di Sonny: un poliziotto lucido, gelido e rigido. La sua lealtà al collega è tangibile così come il suo amore per la collega Trudy, interpretata da Naomie Harris. Insieme hanno una delle scene di sesso più intense del film, e il suo legame con lei è ciò che lo tiene ancorato ad una vita ordinaria, motivo per cui teme di perderla per via della loro attività. Naomie Harris interpreta una Trudy dura e lucida come il compagno, anche nei momenti di maggiore pericolo, pur non rinunciando a sfumature di fragilità richieste dal copione.
A proposito di personaggi femminili forti, c’è Gina Calabrese, impersonata da Elizabeth Rodriguez, la quale pur non avendo uno spazio enorme, mantiene un’espressività granitica e ha una delle scene action più belle della pellicola, in cui mostra sangue freddo e capacità tattica. Altri personaggi secondari, molto noti ai fan della serie, prendono vita grazie ad attori di altissimo livello, come Justin Theroux nei panni di Larry Zito e Domenik Lombardozzi nel ruolo di Stan Switek, che pur essendo più da parte, la loro bravura e presenza scenica impreziosiscono la pellicola. Più importante, invece, è la prova attoriale di Barry Shabaka Henley, nel ruolo del tenente Martin Castillo: Henley con la sua compostezza e intensità ci regala un tenente integerrimo, severo e protettore della sua squadra.
Per quanto riguarda i personaggi più inediti abbiamo l’eccezionale John Ortiz nel ruolo di José Yero, che impersona lo spietato criminale col giusto sguardo sinistro e calcolatore. Poi è perfettamente riuscita l’interpretazione dell’attore e musicista Luis Tosar nei panni di Montoya, capace di restituire un personaggio quasi metafisico coi suoi occhi vuoti e il viso nascosto dalla folta barba. Ci sono poi tanti altri attori notevoli in piccoli ruoli che vanno ad arricchire il livello della recitazione, come Ciarán Hinds nel ruolo dell’arrivista agente federale Fujima, e il compianto Tom Towles (La Casa dei 1000 Corpi) nel ruolo di Coleman, capo dei suprematisti bianchi.
Infine, non si può parlare di un grande film senza analizzare la colonna sonora, specie se, come questa, si fonde perfettamente con l’anima del film. Il compositore principale è il grandissimo John Murphy (che ricordiamo bene per 28 Giorni Dopo), il quale crea un tappeto sonoro coi sintetizzatori molto cupo e inquietante, esplodendo in percussioni e chitarre elettriche nei momenti più frenetici. Ma Michael Mann è noto per inserire anche tracce non originali e per questo film ne possiamo ascoltare davvero tante remixate alla perfezione: abbiamo Moby, Goldfrapp, Blue Foundation, Emilio Estefan, Audioslave, Jay-Z e Linkin Park, Mogwai, e persino un remix di Felix Da Housecat di “Sinnerman” di Nina Simone e la cover di “In The Air Tonight” eseguita dai Nonpoint. Un viaggio musicale perfettamente integrato con le scene, che va dall’elettronica, passando per il latin-pop, il rock alternativo, fino al post rock. In sostanza, un manifesto della musica dei primi anni 2000.
MIAMI VICE non è “un’operazione nostalgia”, ma un racconto vero, denso e stratificato di un mondo capitalistico-criminale che noi non riusciamo a vedere nitidamente perché è insito nella legalità posta davanti ai nostri occhi. È nelle banche, nei dati digitali, nei porti, nei prodotti che acquistiamo a prezzi stracciati, nelle dinamiche politiche e burocratiche. Mann con questo film realizza davvero un’opera post-moderna capace di parlarci ancora oggi dopo vent’anni; un film che coinvolge e “travolge” lo spettatore, e lo fa con una tecnica che ha ispirato i grandi thriller polizieschi e noir negli anni a venire, come Sicario, Good Time e la serie tv italiana più famosa al mondo: Gomorra.
Link al bluray di MIAMI VICE: Miami Vice – Cgtv.it
