Ci sono film ambientati in epoche storiche ben precise che riescono ad essere senza tempo. Non si limitano nel descrivere un avvenimento cristallizzato nella sua epoca, ma nel calarci in un contesto che possa essere riconoscibile anche in situazioni odierne. BULLET IN THE HEAD del grande John Woo è sicuramente tra questi.
La storia è semplice: Nel 1967 tre inseparabili amici Ben, Frank e Paul (Tom nel doppiaggio italiano) vivono a Hong Kong tra miseria e rivolte sociali, ognuno col sogno di fuggire da quella condizione. Il giorno del matrimonio di Ben, Frank ha uno scontro con un brutto ceffo che lo pesta per derubargli dei soldi che servivano come regalo di nozze. Per vendicarsi, i nostri protagonisti provocano una rissa in cui resta ucciso il teppista. Per far perdere le proprie tracce e sempre nella speranza di una vita migliore, i tre scappano in Vietnam dove però la guerra diventa sempre più dura e quel contesto porterà alla lenta distruzione del loro animo e della loro amicizia.
Il maestro John Woo, come detto, non fa il classico film dove quel preciso conflitto bellico diventa l’oggetto d’analisi, ma mostra come un qualsiasi contesto di miseria porti alla perdita dei valori e dell’umanità. Sicuramente, le scene di guerra, tra sparatorie ed esplosioni, sono girate in maniera incredibile, tra coreografie perfette e sangue ovunque, che garantisce una narrativa forte e grande intrattenimento, avendo un ritmo serrato che non fa affatto pesare i 130 minuti.
Nella prima parte a Hong Kong ci sono bellissime scene di combattimento tra i nostri tre amici e dei teppisti, accompagnate da una musica energica e allegra, come “I’m a believer” dei The Monkees. Tutta la parte in Vietnam offre ulteriori scene di esplosioni e sparatorie, come quella nel covo di un malavitoso, che ricorda i film hard boiled del maestro, i quali hanno fatto scuola a tutti i film action hollywoodiani. Oppure la micidiale scena della battaglia nel campo di prigionia, che è già più simile a un war movie. Lo stile è sempre lo stesso: rallenty, doppie pistole, salti incredibili, combattimenti da film di kung fu, esplosioni esagerate, inseguimenti tra auto che si distruggono, sangue a fiumi, la fotografia spettacolare e le musiche di una poesia unica; una vera bomba insomma.
Come sempre, John Woo non si perde un dettaglio e vi fa entrare nella scena grazie non solo alla spettacolarità descritta poc’anzi, ma anche grazie al montaggio coinvolgente, che nel medesimo contesto può essere sia frenetico sia poetico. Le tante inquadrature che esaltano l’azione sono alternate con altre più intime, come primi piani e flashback e ciò contribuisce a farvi vivere appieno una storia d’amicizia perduta e di disfacimento dell’umanità.
Anche quando si tratta di descrivere lo sfondo sociale cinese e quello bellico in Vietnam, Woo ricorre a una tecnica eccezionale e ad una messa in scena cruda, volta ad impressionare il pubblico con la violenza: a proposito del campo di prigionia, sono impressionanti le scene di tortura che ci rimandano alla potenza de “IL CACCIATORE” di Cimmino. Inoltre, che siano le manganellate sugli studenti o le esplosioni in piazza (come quella con una tensione bellissima, quasi hitchcockiana, mentre Ben e la fidanzata si vedono per dirsi addio) il nostro regista hongkonghese riesce a farci vivere appieno la situazione, tralasciando per qualche attimo i nostri protagonisti. L’esigenza da parte di Woo di dover raccontare il disagio sociale e la violenza era molto forte, in quanto, seppur la pellicola è ambientata negli anni ’60, sono tante le allusioni al massacro di piazza Tienanmen che avvenne nel 1989 (periodo in cui fu prodotto il film). Egli riscrisse l’intera sceneggiatura, integrando questi elementi, per rappresentare un evento della contemporaneità che lo aveva sconvolto. Questi inserimenti funzionano perfettamente, poché si tratta solo di scene forti e cruente prese dagli eventi dell’89 ma che potrebbero nella loro singolarità essere avvenuti anche in qualsiasi altro conflitto. Insomma, il film non casca nell’anacronismo.
Ma queste, seppur importantissime e funzionali, sono solo le parti che forniscono un contesto al film ma non rappresentano il suo focus.
L’intento è quello di focalizzarsi maggiormente sui rapporti umani e di come venir fuori da un contesto di miseria non può essere né inseguire la ricchezza a tutti i costi, né comportarsi da criminale, né vivere la propria vita privata disinteressandosi della comunità. Quindi, se sullo sfondo c’è la devastazione della guerra in Vietnam e le rivolte sociali in Cina, in primo piano abbiamo una scrittura dei personaggi veramente eccezionale.
Ben, interpretato dal grandissimo Tony Leung, insegue l’amore e sogna una vita migliore lontano dalla Cina con quella che di lì a poco sarà sua moglie. È un ragazzo che ha alla base valori come amicizia e lealtà ed è disposto a tutto per questi. Ma proprio in ciò sta il suo dramma: sarà proprio Ben il motore della storia, in quanto sua è l’idea di vendicarsi del pestaggio di Frank, che viene trascinato dall’amico nella rissa che culmina con l’omicidio. Anche se Ben non tradirebbe mai gli amici, sarà proprio lui con questa decisione a spingerli in una serie di situazioni devastanti.
Paul, interpretato dall’ottimo Waise Lee, invece, lo vediamo sin da subito ossessionato dal successo, cresciuto da un padre che identifica la povertà nell’essenza stessa del suo umile mestiere e implora il figlio di scalare le gerarchie sociali. Paul già ad Hong Kong è attratto dai cinesi in giacca e cravatta che hanno fatto affari poco puliti e non batte ciglio quando viene a sapere che la ricchezza in Vietnam è data dal controllo della prostituzione, delle armi e della droga. La situazione difficile a Hong Kong sarà per lui, appunto, l’opportunità per sbarcare nella “fertile” terra vietnamita, ma chiaramente questa ricchezza gli costerà la definitiva perdita di qualsiasi valore umano.
E poi c’è Frank, interpretato da un fantastico Jacky Cheung, che è forse il personaggio più bello tra i tre amici. Per Frank capiamo subito che l’amicizia è tutto; rappresenta la via di fuga da un mondo che non lo accetta per il suo essere scapestrato e viene denigrato e pestato persino dai genitori. Purtroppo, l’incoscienza di Frank, che si rivolge alla mala per avere dei soldi e il suo modo di risolvere tutto con atti delinquenziali come i suoi amici, è parte del motore che distruggerà il loro animo e la loro amicizia. Ma date queste premesse, è chiaro che Frank resta il più colpito dal susseguirsi di questi tragici eventi, e lo vediamo impazzire sempre di più perché paradossalmente è il più lucido di tutti; è l’unico che capisce passo dopo passo che l’amicizia e l’umanità si sta sempre più sgretolando e la pazzia e la tossicodipendenza diverranno la nuova via di fuga.
Ciò che quindi accomuna tutti e tre i personaggi è l’impiego della violenza per interessi personali in risposta al disagio della comunità che loro non supportano mai; basta scorgere la potenza della scena in cui Ben raggiunge la sua ragazza e vanno via sorridenti ed incuranti del fatto che alle loro spalle degli studenti che protestano vengono pestati dalle forze dell’ordine.
Infine, tra i comprimari spiccano due personaggi, tra cui il killer Luke, interpretato in maniera eccezionale da Simon Yam, che di fatti ricorda i killer abili e sentimentali dei precedenti film di Woo, spesso interpretati dal grandissimo Chow Yun-Fat. Luke in Vietnam è determinato in nome dell’amore e dell’amicizia, e rispetto ai nostri tre protagonisti resta il più puro ma non meno segnato. Il suo amore è verso la cantante Sally Yen, interpretata appunto dall’attrice e cantante Yolinda Yam. Sally è costretta da un boss, che le ha sequestrato il passaporto, ad esibirsi e prostituirsi in un nightclub a Saigon. Il suo personaggio è veramente toccante e le espressioni della Yam sono perfette.
Cosa dire di più di un film che ha una storia così potente con una messa in scena che vi terrà incollati allo schermo minuto per minuto? Siamo dalle parti di un grande cinema epico. Un cinema fatto di quelle storie d’amicizia dure e profonde come “C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA” di Sergio Leone. Un film che è costato tanta fatica a John Woo, che ha dovuto finanziarlo quasi da solo, ridurre le tre ore in due ore e dieci, preservando lo spirito dell’opera, e infine resistere alle critiche, poiché le allusioni ai fatti di Tienanmen non andarono a genio a qualcuno. Non perdetelo questo filmone, che è sempre disponibile in un ottimo bluray della CultMedia, nella versione più completa possibile e con bei contenuti speciali, tra cui un finale alternativo.
Link al Bluray Bullet In The Head di CultMedia: Bullet In The Head: Amazon.it: Cheung,Lee, Cheung,Lee: Film e TV
