Quando pensiamo ai film d’azione di oggi e ai registi pop contemporanei viene da esaltarci, poiché ne ammiriamo la genialità della messa in scena e il divertimento. Reazione più che giusta, ma secondo me è interessante andare a vedere da cosa questi autori o grandi tecnici sono partiti. Chi li ha ispirati. LA FARFALLA SUL MIRINO (KOROSHI NO RAKUIN) di Seijun Suzuki è indubbiamente una delle loro ispirazioni.
Al solito un po’ di trama: Hanada è il Numero 3 dei killer della yakuza che giunge a Tokyo con la moglie per un lavoro. Portato a termine l’incarico, durante il quale eliminerà il Numero 4 e il Numero 2, accetta un difficile lavoro da parte della misteriosa Misako. Hanada però manca il suo bersaglio, poiché una farfalla si posa dinanzi al suo mirino mentre sta per colpire. Diventa così lui stesso un bersaglio per aver fallito, tormentato dall’amore per Misako e dalla competizione col famigerato Numero 1.
Leggendo solo la trama, sembrerebbe un semplice film noir d’azione, di cui ne possiamo prevedere l’evoluzione, il ritmo, lo stile serioso e realista. In realtà LA FARFALLA SUL MIRINO è tutt’altro. È un film che parte con quell’impostazione, di cui possiamo ammirare la capacità tecnica di Suzuki di mettere in scena l’azione con belle soluzioni di montaggio, rallenty e crudezza. Diventa subito molto esplicito anche nelle scene di sesso, che è tanta roba pensando che si tratta di un film del 1967 e che risulta più contemporaneo dei noir d’azione odierni intrisi di puritanesimo.
Quando il nostro killer dovrà colpire tre bersagli, Suzuki mette in scena gli omicidi con grande inventiva (uno di questi ripreso da Jim Jarmush in Ghost Dog), ironia e divertimento, omaggiando i film di James Bond.
Con la comparsa di Misako il film esplode, inizia a proporre scene piuttosto oniriche, allucinogene, facendoci entrare nel senso di smarrimento di Hanada, innamorato di questa donna che, per ironia della sorte, colleziona farfalle, come quella che ha determinato il suo fallimento.
Suzuki, poi, continua ad accelerare sull’azione regalandoci una sequenza magistrale dove il nostro si scontra con tutti i killer, e sviluppa il rapporto col Numero 1 in maniera eccellente, regalandoci ancora satira, come l’ossessione del nostro protagonista per il riso che è portato all’estremo rispetto agli altri film d’azione, dove le ossessioni dei personaggi sono presentate con semplicità.
Il risultato è un film di vera avanguardia, surrealista, satirico, con forti richiami alla pop art, che affronta vari generi: il drammatico, il noir classico, il thriller gotico, il blockbuster bondiano. Il film non stanca mai. I 90 minuti scivolano via che è un piacere, proponendo inquadrature e messinscene sempre nuove, con stile diverso dalle sequenze precedenti, mantenendo alta l’attenzione.
Non è un caso, quindi, che questo film, ma in generale Suzuki, sia un punto di riferimento per i grandi registi pop contemporanei: il taglio anticonvenzionale ai generi di Jim Jarmush; l’approccio satirico, violento, esteticamente pop e brillante nei dialoghi di Quentin Tarantino; l’azione esagerata e coinvolgente di Chad Stahelski (quello dei John Wick, che come saga propone una sfida tra killer esattamente come questo film); l’azione come danza di John Woo; lo stile anarchico e sovversivo di Takashi Miike; sono tutti “figli” di Suzuki e di questo capolavoro. Persino gli anime ne sono debitori; da ricordare come proprio il nostro regista giapponese abbia diretto Lupin III – La leggenda dell’oro di Babilonia. Insomma, se amate già solo uno dei nostri registi contemporanei, non potete perdere LA FARFALLA SUL MIRINO che vi assicura un cinema popolare, d’intrattenimento, in grande stile.
Da menzionare anche il grande lavoro svolto dalla colonna sonora, soprattutto il meraviglio brano Koroshi no buruusu (“il blues del sicario”) orchestrato dal compositore Naozumi Yamamoto e cantato da Atsushi Yamatoya, che apre e chiude il film con questo blues malinconico che ci fa subito entrare nei pensieri e tormenti del nostro protagonista. Indimenticabile già al primo ascolto.
La scrittura del film è da attribuire a un collettivo di ben otto sceneggiatori, tra cui lo stesso Suzuki, chiamato Hachiro Guryu (Gruppo degli otto), cosa che ha contribuito allo stile folle del film. In un’intervista Suzuki affermò che ogni sceneggiatore proponeva delle idee completamente diverse dall’altro e poi si lavorò per mettere insieme la storia tenendo le idee migliori e interessanti. La produzione voleva un classico film con tanta azione e tanto sesso per staccare biglietti, e rimase delusa da quella proposta, tanto che, a seguito del fiasco di pubblico e di critica, non pronti a questa proposta freschissima, misero Suzuki in una lista nera impedendogli di lavorare per dieci anni. Ma la sua opera era talmente d’avanguardia che il tempo ha riabilitato il nome ed il valore del film.
Anche la costruzione dei personaggi è magnifica, sia nel renderli unici e riconoscibili, sia in funzione sempre del richiamo ai generi cinematografici. A partire dal nostro protagonista, Hanada, il Numero 3 interpretato da Joe Shishido, che rimanda ai classici killer vestiti di nero, con gli occhiali scuri, abilissimo e sempre duro nei modi, specie con le donne. Eppure, quest’impostazione di partenza viene pian piano sgretolata nel momento in cui conosce Misako, della quale s’innamorerà e perderà la scorza dura, come avvelenato dall’amore. Il suo rapporto col Numero 1 è l’altro tassello che fa emergere la sua fragilità, poiché la competizione sarà sempre più alta da renderlo paranoico e poco lucido.
Misako è una dark lady fantastica, interpretata da Annu Mari, che con quei capelli neri, lisci, lunghi, su un volto costantemente imbronciato, cupo, sinistro quando accenna un sorriso, desideroso della propria morte, restituisce a noi spettatori l’immagine di una donna che sfugge al controllo dell’uomo, che possiede una profondità di pensiero riservata, in cui il nostro protagonista vorrebbe entrare, ma lei continua a tenerlo fuori. Una costruzione perfetta nel rappresentare quanto fragili in realtà siano questi uomini machi e appunto, come l’amore costituisca la morte per un protagonista così tronfio e prepotente.
A proposito di donne, è fondamentale parlare anche della moglie, Mami, interpretata da Mariko Ogawa, la quale è sempre eccessiva rispetto a Misako: usa il corpo, i pianti isterici e le più disparate espressioni facciali per sedurre il suo uomo, dandogli un’illusione di controllo, ed è bravissima a tenerlo in pugno fino allo stato di confusione e metamorfosi del protagonista.
Anche il Numero 1 è un personaggio interessante, che, come detto, costituisce l’altro elemento che destabilizzerà la sicurezza di Hanada. Un personaggio anche lui tronfio, convinto del suo status del migliore, che incute timore nel protagonista e nello spettatore, ma che improvvisamente, Suzuki decide di farlo interagire a stratto contatto col suo bersaglio, regalandoci momenti divertenti tra i due ristabilendo quell’elemento satirico di cui sopra. Kôji Nanbara lo interpreta splendidamente, sapendo reggere bene i momenti esilaranti e drammatici.
Che dire di più se non che il film è assolutamente da vedere se si cerca un film d’azione originale, innovativo, che smonta con la satira non solo l’immagine del killer impeccabile e il machismo, ma anche il Giappone. Infatti, lo scontro tra il Numero 3 e il Numero 1 ci riporta sia alle tensioni avute tra il nostro regista e il produttore, sia, più in generale, a una possibile critica al difficile rapporto tra le due filosofie di vita Kaizen (la ricerca della perfezione accettando l’imperfezione nella pratica quotidiana) e Kodawari (la dedizione al proprio mestiere curando maniacalmente i dettagli), le quali insieme possono causare una lenta trasformazione dell’individuo in una macchina produttiva. Insomma, vi è una forte critica alla mentalità aziendale giapponese che dilagava negli anni 60’, ma che è valida tutt’ora oltre il Giappone.
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