Questa è la prima recensione di un film di Mann che faccio. La prima, ma non l’ultima. Finché respiro, questo Maestro avrà il mio supporto ogni volta che potrò, ed è ovvio, quindi, che sul mio blog sarà trattata tutta la sua filmografia.

Vi è piaciuto quel capolavoro de Il silenzio degli innocenti del grande Jonathan Demme? Vi siete appassionati ad Hannibal Lecter, anche attraverso i sequel e i prequel con Anthony Hopkins? Allora è doveroso recuperare MANHUNTER.

La trama: l’ex agente dell’FBI Will Graham, riabilitatosi dopo aver risolto un complicato caso, riceve la visita di un suo amico e collega che cerca il suo aiuto per catturare il serial killer soprannominato “Dente di Fata”, il quale massacra intere famiglie nelle notti di luna piena. Graham accetta il caso, ma per ritrovare la sua capacità empatica coi killer, dovrà incontrare lo stesso assassino che ha compromesso la sua salute mentale, il dottor Lecktor. Comincia, così, una caccia all’uomo in cui dovrà fare i conti anche con sé stesso.

Questo è il terzo film di Michael Mann, che, dopo il bellissimo noir Strade Violente e il travagliato horror La Fortezza, decide di dedicarsi al puro thriller adattando il libro di Thomas Harris Red Dragon (di cui l’omonimo film con Hopkins è giunto a noi come prequel de Il silenzio degli innocenti), regalandoci non solo uno dei migliori thriller mai realizzati, ma anche un capolavoro al pari del film di Demme. A quarant’anni di distanza, il film risulta narrativamente e visivamente fresco, sempre perfetto, ed io, che lo avrò visto un’infinità di volte, resto sempre rapito da ogni inquadratura, ogni messinscena, ogni performance attoriale e ogni musica utilizzata.

Michael Mann e il direttore della fotografia Dante Spinotti, alla loro prima collaborazione, mettono su un comparto visivo splendido. le inquadrature e i movimenti di macchina sono di una precisione maniacale; basti pensare alla scena d’apertura, in cui, dopo una soggettiva del serial killer (in questo caso, con una qualità video che ricorda i filmini amatoriali), si passa ad un fondale azzurro dove compaiono i titoli di  testa, e man mano che la camera s’inclina verso il basso svela dapprima il cielo, per poi culminare in un totale in cui vediamo la spiaggia, dove il nostro protagonista ed il suo collega sono disposti seduti alle due estremità di un tronco sbiancato. Una simmetria eccellente, che evoca la distanza emotiva tra i personaggi.

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Sempre parlando di simmetrie, per la scena del colloquio tra il detective Graham e il dottor Lecktor (nel libro, come per il film di Demme, è Lecter, qui cambiato probabilmente per dare maggior enfasi al personaggio), lo stesso Dante Spinotti sottolinea come Michael Mann abbia studiato ogni inquadratura per far rientrare perfettamente, in egual misura, i due attori tra le sbarre, come fossero incorniciati. Insomma, per ogni inquadratura, Mann ha posizionato la macchina da presa alla perfezione. Anche il montaggio è di una precisione incredibile, risultando persino particolareggiato nel finale, in cui Mann, ritrovatosi con pochi addetti sul set, ha dovuto ingegnarsi sul momento, posizionando varie camere che andavano a fotogrammi al secondo differenti. Mettendo tutto insieme, è venuta fuori una sequenza quasi psichedelica, la quale ha contribuito a quel crescendo disorientante che si è venuto a creare narrativamente (tra le altre cose, questa sequenza ha richiesto un lavoro di ben 36 ore sul set, come dichiarato da Mann in occasione del restauro in 4k del film). Insomma, un regista che riesce a calarci in uno stato di tensione continua con movimenti lenti e limpidi, inquadrature perfette e, all’occorrenza, montaggi serrati e/o frenetici. Un autentico maestro.

Tornando alla fotografia, il lavoro svolto da Dante Spinotti è mostruoso. Da un lato ha seguito le indicazioni rigorose e indiscutibili di Mann, che voleva fortemente i toni freddi, in particolare il verde, il magenta e il viola, per rimarcare il conflitto psicologico del detective e del serial killer Francis Dollarhyde. Dall’altro, Dante Spinotti ha proposto il blu, soprattutto per le scene intime tra Graham e la moglie Molly, che evoca il momento più romantico, mite e riflessivo della vita del detective. Tale soluzione è stata molto amata da Mann, tanto da riutilizzare questo approccio anche nei film successivi. I toni caldi e i colori della terra sono presenti in pochissime scene, non a caso, si tratta di quelle in spiaggia, a evocare la quiete psichica di Graham sostenuta dalla famiglia.

Il risultato, quindi, non è un approccio naturalista, ma direi espressionista, dove ogni colore innaturale della luce rappresenta l’emotività dei personaggi. A proposito di espressionismo, notevole è la scena in cui Graham indaga in una delle case dove è avvenuta la strage: pareti bianche con una marea di schizzi di sangue. Una composizione che rievoca i lavori di Jackson Pollock.

La sceneggiatura, dello stesso Mann, ricalca il meraviglioso libro di Harris, il quale presso l’accademia dell’FBI a Quantico, intervistò numerosi agenti e apprese le moderne tecniche scientifiche di offender profiling. Ma il regista di Chicago svolse ulteriori ricerche, non solo intervistando ugualmente gli agenti dell’FBI, ma anche confrontandosi con esperti di medicina forense per riprodurre fedelmente le tecniche scientifiche di rilevamento delle impronte digitali e di fluidi biologici.

Per quel che concerne il cast, i loro personaggi e il valore della storia, vi è stato un lavoro altrettanto superbo. A partire da William Petersen, che molti ricorderanno per la serie tv CSI, che è stato scelto per il nostro protagonista Will Graham. Petersen ha lavorato a stretto contatto con veri agenti dell’FBI, e sul piano psicologico ha assorbito totalmente un personaggio complesso, che non è il solito detective integro, ma un uomo che per compiere il bene deve empatizzare con il male, facendo propri i pensieri, i desideri, le frustrazioni dei killer, e provando la potenza che ha, sul piano della realtà, il realizzare i sogni più perversi e reconditi. In sostanza, come fatto col dottor Lecktor, Graham deve “diventare” il serial killer Dollarhyde, e questo aspetto è assai pericoloso per la sua psiche, in quanto, pensando e sognando come l’assassino, risveglia in lui il male. La sua lotta diviene, così, non solo contro l’assassino, ma anche contro una parte di sé mostruosa, con la quale vuole chiudere i conti per sempre.

Similmente è sviluppato il personaggio di Francis Dollarhyde, interpretato da un inquietante e bravissimo Tom Noonan (Heat, Last Action Hero, Robocop 2). Un uomo imponente, che se all’inizio incute timore, torturando uno dei personaggi del film, successivamente lo vediamo interagire con la bellissima collega non vedente Reba, interpretata da Joan Allen. Il personaggio di Reba decostruisce da un lato l’immagine del serial killer privo di emozioni, anzi, l’improvviso innamoramento di lei verso di lui, mette in crisi l’idea di Francis di dover uccidere per essere ammirato dalle donne. Le smorfie di dolore di Francis, dinanzi a questa crisi, e le espressioni di godimento, nella bellissima scena in cui proietta sé stesso nella tigre accarezzata da Reba, sono perfette da parte di Noonan, coinvolgendo emotivamente lo spettatore. Eppure, d’altro canto, Reba non è un elemento che porta un’evoluzione totalmente positiva nel personaggio; anzi, coerentemente col profilo psicologico del serial killer, Francis mostrerà ancora la sua insicurezza che ha trasformato in prepotenza, giungendo, ai primi segnali non confortevoli, a dover abbandonare il bene e farsi definitivamente assuefare dal male. In un certo senso è un Graham al contrario, per cui i due personaggi sono effettivamente speculari.

Ecco quindi spiegato come la fotografia, con quei colori iperreali, sia specchio della psiche dei personaggi; dove bene e male si mescolano, si scontrano in ogni individuo, catapultando loro in una dimensione onirica appagante, al punto da renderla realtà. Il senso del racconto è tutto in questa complessa, ma chiara dinamica psicologica che vi farà innamorare del film.

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Oltre poi alle ottime prove attoriali di Dannis Farina, nel ruolo di Jack Crawford, collega di Graham, di Kim Graist, nel ruolo della moglie Molly, e di un giovanissimo Stephen Lang nel ruolo del cronista Freddy Louns (che rappresenta anche una piccola critica alla pornografia del dolore da parte di alcuni giornalisti); è da menzionare l’interpretazione di Brian Cox come Hannibal Lecktor. Se Antony Hopkins ha trasformato Hannibal Lecter in una maschera popolare con un’interpretazione magistrale, Brian Cox propose un serial killer più posato, freddo, svuotato della capacità empatica. Nel suo essere posato, avvalendosi di pause e sguardi penetranti ed inquietanti, ha reso il suo personaggio spaventoso per lo spettatore e per il protagonista, il quale inizia a mettere in gioco la propria psiche in un questo dialogo scritto benissimo. Graham viene lentamente soggiogato da Lecktor, che ribalta la situazione di controllo facendo vacillare la mente del detective, manifestandogli la sua capacità analitico-diagnostica. Ancora una volta, la fragilità psichica di Graham la si percepisce sul piano visivo, tra quelle celle bianche, mentre un colore viola illumina appena parti della scenografia. Il dialogo tra i due è stato di ispirazione per numerosi film, come il recente The Batman di Matt Reeves, in cui vi è una scena tagliata, diventata virale sul web, del colloquio tra Batman e Joker.

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Infine, non si può parlare di MANHUNTER, e in generale di Michael Mann, senza citare la colonna sonora. Per questo film il nostro regista di Chicago scelse come compositori la band punk rock The Reds e Michel Rubini, i quali composero tracce con un ampio uso di sintetizzatori, creando un’atmosfera inquietante e malinconica. Ma come Mann ci ha abituati nel corso degli anni, sono presenti anche un buon numero di brani non originali, in questo caso di band post-punk, new wave, synthpop e acid rock, come Shriekback, The Prime Movers, Red7 e Iron Butterfly. Ogni brano accompagna perfettamente la scena in cui è inserito, e sono uno più bello dell’altro.

MANHUNTER è un film da vedere e rivedere, immancabile nelle vostre case. Nell’attesa di scoprire come sarà la nuova edizione presentata quest’estate (chiamata Final Cut), restaurata in 4k con scene aggiuntive di Graham e Lecktor, vi consiglio assolutamente l’edizione bluray di CG Entertainment, che viene presentata nella versione originale con un nuovo restauro in HD approvato da Michael Mann.

Link al bluray di Manhunter: Manhunter – Frammenti di un omicidio – Cgtv.it