In occasione del mio recente acquisto nella versione 4K, distribuita per il suo 55° anniversario nel 2023, ho voglia di parlarvi di ROSEMARY’S BABY del grandissimo Roman Polański.
Proporre una recensione di un capolavoro della storia del Cinema è sempre difficile, poiché chi ne sa già parecchio potrebbe aspettarsi qualche punto di vista inedito, spesso cercando dei voli pindarici, con un linguaggio forbito e accademico. Peccato che siete nel mio blog, e su questo blog la responsabilità che sento è quella di arrivare con semplicità alle persone. La misera ambizione che ho è quella che possa leggermi chi non ha mai avuto gli strumenti per analizzare un film. Quindi, anche se ROSEMARY’S BABY è un titolo che tuona forte, io lo tratterò sempre con il mio approccio diretto, sociale sicuramente, ma che va dritto al punto. Se cercate quelle robe, non leggetemi, cercatevi un recensore di professione (vale per questa come per altre recensioni).
Fatta questa premessa, veniamo al film e soprattutto alla trama in breve: Rosemary e Guy sono due novelli sposi che prendono un appartamento a New York che pare sia stato luogo di omicidi e riti satanici alla fine dell’800. I due fanno la conoscenza dell’anziana coppia di vicini Minnie e Roman Castevet, che diverranno sempre più intimi. Ma a seguito della gravidanza di Rosemary, la presenza stranamente ossessiva dei vicini e il marito sempre più egoista e prepotente, faranno vivere alla donna un incubo che non avrà fine.
Possiamo dire sin da subito, che questo è uno dei film che ha cambiato l’horror, dando vita a quello che è l’horror moderno. Non soltanto grazie al fatto che trattando dei temi del satanismo, ha fatto da apripista a film come L’esorcista e The Omen – Il presagio, ma anche perché, come questi, l’ambientazione è comune e contemporanea ai tempi in cui il film è uscito, ambientando tutto in un normale condominio di una grande città, invece che in un castello gotico. Importante, quindi, è la sua forte valenza sociale e un grande lavoro sull’aspetto psicologico del personaggio, che è disorientato ed in costante tensione, e noi spettatori ne siamo completamente travolti.
Tecnicamente Roman Polański mette in scena tutto con naturalezza. L’intenzione di Polański è quella di non creare un distacco nello spettatore tra la realtà che lui vive e quella del film, ma vuole catapultarlo esattamente nella stessa realtà che c’è fuori dal cinema, quindi la luce è naturale, tutto è perfettamente illuminato, come se le luci venissero dalle finestre o i lampadari, senza alcuna sensazione di un qualcosa di artificiale.
Anche la scenografia dell’appartamento resta naturale e semplice, restituendo allo spettatore, specie all’inizio, un senso di tranquillità. Ma man mano che avvengono dubbi in Rosemary circa la sua sicurezza, ecco che la scenografia nella sua naturalezza diventa sempre più labirintica e particolareggiata da dettagli di quadri ed oggetti di scena che infondono una reale inquietudine e disorientamento. Essendo tutto realistico, è la contrapposizione degli stili degli appartamenti a fare tale lavoro di coinvolgimento, in particolare gli spazi ampi e illuminati di quello di Rosemary e quello più barocco e cupo dei vicini anziani.
La macchina da presa, poi, fa un lavoro eccezionale per infondere la paranoia, in quanto, Polański la posiziona spesso in punti in cui alcuni momenti o dettagli non vengono mostrati chiaramente, spingendo così lo spettatore a voler scorgere di più; oppure utilizza il grandangolo (un’inquadratura molto ampia che oggi possediamo bene o male tutti sui nostri telefonini) mostrandoci il nostro personaggio in un ambiente sempre più claustrofobico; infine, ci sono le bellissime inquadrature appena alle spalle di Rosemary che ci permettono di immedesimarci in lei nel mentre che cerca di capire cosa stia succedendo, aumentando sempre di più la tensione.
Senza dimenticare alcune sequenze disturbanti, che creano un forte distacco da questa impostazione, in particolare, il momento del concepimento del figlio di Satana, girato anche in soggettiva (come se vivessimo la scena in prima persona), con lenti deformate, scene surreali, tutto montato in maniera serrata e raccordi tra inquadrature non naturali, a infonderci il dubbio se stiamo vivendo un sogno di Rosemary o un’inquietante realtà.
A questo aggiungiamo anche le interpretazioni stupende del cast, a partire da Mia Farrow nel ruolo di Rosemary, che è bravissima nel mostrare l’evoluzione del suo personaggio, da donna moderna dapprima solare e in forma, e poi in completo stato di denutrizione e malessere quando è in stato di gravidanza e paranoia. Il grande John Cassavetez, nel ruolo del marito Guy, ci mostra un uomo in apparenza amorevole ma che in realtà è egocentrico e patriarcale. Poi ci sono gli indimenticabili ed inquietanti vicini Minnie e Roman Castevet, interpretati rispettivamente da Ruth Gordon e Sideny Blackmer, che fanno un grande lavoro di sguardi e di silenzi insieme alla loro espansività, risultando dalla prima inquadratura, con quegli abiti sgargianti e pomposi, inquietanti e naturalmente sinistri.
La grandiosità del film non è unicamente tecnica, ma anche contenutistica: il film (che, va ricordato, trae dal romanzo di Ira Levin ma è sceneggiato interamente da Polański) catapultandoci in un palazzo della borghesia americana, ne indaga la prepotenza e la mentalità arrivista. Gli anziani coniugi Castevet penetrano nella vita di Rosemary con estrema invadenza, intenti a manipolare la sua vita secondo le loro convinzioni, arrivando ad offendersi in caso di opposizione o esclusione. Anche Guy, marito di Rosemary, rappresenta una borghesia che è disposta a tutto per arrivare ai propri scopi. Guy è un personaggio ancora oggi attualissimo in una società capitalistica sempre più aggressiva, dove è contemplato vendere l’anima al diavolo per il successo, senza alcuno spazio per l’empatia verso le disgrazie altrui, che anzi sono contemplate per il proprio tornaconto. In perfetta armonia con questa visione, Guy è anche il classico, purtroppo attuale, compagno patriarcale, che prende le redini della vita di Rosemary: sceglie chi deve frequentare, quale medico consultare, si appropria della sessualità della compagna, e sembra non approvare il taglio di capelli moderno di quest’ultima.
E proprio dall’improvviso taglio di capelli molto corto proposto da Rosemary, faccio luce sulla sua modernità, che si contrappone a una borghesia che stabilisce dei canoni femminili e dei ruoli specifici della donna. La nostra protagonista inizia ad essere sempre più circondata ed oppressa da mostrare, come detto, anche fisicamente il senso di malessere. La nostra protagonista, quindi, incarna una donna che non è libera di vivere appieno la propria vita secondo le sue scelte, e il film resta grandioso fino alla fine, ponendoci finale amaro, che non risolve il conflitto con un lieto fine, ma con la sconfitta, piegandosi, di una donna sola dinanzi a una tale società che la sovrasta. Se vogliamo, sempre in ottica femminista, possiamo interpretare anche tutte le paranoie, il presunto incubo del concepimento e le peripezie della nostra protagonista, come l’allegoria del problema della donna in fase di gravidanza, tra il sovraccarico di aspettative che impone la società patriarcale, i problemi neurologici e la depersonalizzazione della donna.
È chiaro che se visto in superficie, come per tutti i film di genere, è il sospetto che vi sia un complotto satanista ad essere il motore del film, ma, se escludiamo questo dettaglio fantastico, possiamo vedere come tali situazioni possono verificarsi in maniera identica sul piano della realtà a seguito di tali pressioni guidate da una mentalità rigida, bigotta e patriarcale. Senza necessità di ricorrere a una scrittura didascalica e retorica tirando fuori un polpettone drammatico, ROSEMARY’S BABY dimostra nel 1968 che un film di genere possa trattare di temi sociali importantissimi.
Questo capolavoro di Roman Polański lo consiglio non solo quindi agli amanti dell’horror, che troveranno grande coinvolgimento grazie ad una tecnica impeccabile, ma anche a chi cerca un racconto al femminile profondo e attualissimo.
