“Hai mai fatto un sogno tanto realistico da sembrarti vero? E se da un sogno così non ti potessi più svegliare? Come potresti distinguere il mondo dei sogni da quello della realtà?”
THE MATRIX è un film talmente conosciuto che pensandoci, alle volte, mi sembra superfluo doverne parlare. Ma poi riguardandolo, penso sempre che ne valga la pena, poiché, lungo i suoi 138 minuti, ci si rende conto che è un film talmente denso di spunti, che qualcuno potrebbe averne perso dei pezzi.
La trama per chi non la conoscesse, è più semplice di quel che si pensi. Thomas Anderson, conduce una doppia vita: una da impiegato e l’altra da hacker, facendosi chiamare Neo. In questa seconda vita, Neo cerca di entrare in contatto col misterioso Morpheus, il quale è a conoscenza della verità dietro la cosiddetta Matrix. Quando riuscirà a trovarlo, Morpheus gli rivela che Matrix non è altro che una simulazione del nostro mondo come lo abbiamo sempre conosciuto fino al XX secolo, nella quale siamo tutti dentro inconsapevolmente, in una condizione di schiavitù a servizio di macchine senzienti. A seguito della sua liberazione, Neo dovrà scoprire se lui è veramente l’Eletto che libererà l’intera umanità dal controllo delle macchine.
Visto superficialmente, THE MATRIX risulta essere un bellissimo film di fantascienza, con tanta azione, e visionario nella messa in scena. Ma andando più a fondo capiamo subito che, come i migliori film di genere, riesce davvero ad aprirci la mente, offrendo sia dei parallelismi con la nostra società, sia delle scelte visive che vengono da tutta la cultura cinematografica orientale.
È proprio dalla messa in scena che voglio partire, perché si sa, il primo impatto col cinema è sempre l’immagine. Sappiamo tutti che come vediamo dei film d’azione a partire dal 2000 che propongono scene al rallentatore (in particolare il “bullet time”, per via dei proiettili visibili a un tempo rallentato o bloccato), subito si esclama “come in Matrix!”
Stessa cosa se vediamo personaggi vestiti di nero, con cappotti lunghi e occhiali scuri che praticano il kung fu e sparano con doppie pistole. Questo perché è innegabile che THE MATRIX abbia creato un immaginario specifico, riconoscibile ed unico, dal quale potevano venir fuori una marea di imitatori. Ma quello che può sfuggire, è che tutte queste scelte visive derivano dalla sopracitata cultura cinematografica e fumettistica orientale.
Le sorelle Wachowski hanno evidentemente preso spunto dai film di Ringo Lam e di John Woo, due registi di Hong Kong, che tra gli anni ‘80 e ‘90 ci hanno regalato tra i più bei film d’azione mai realizzati (ve li consiglio tutti ma vi cito CITY OF FIRE e FULL CONTACT del primo e HARD BOILED e THE KILLER del secondo, giusto per accrescere la vostra curiosità).
Questi film facevano un uso straordinario del rallenty nelle scene d’azione, enfatizzando i momenti più drammatici e creando una coreografia più simile a una danza, piuttosto che a una rappresentazione realistica degli scontri.
Le nostre registe hanno preso quella poetica per creare anche qualcosa di veramente nuovo, utilizzando, per la prima volta nella storia, una lunga serie di camere disposte attorno al soggetto (utilizzando sullo sfondo gli ormai noti green screen e blue screen) per far sì che il tempo della scena d’azione possa rallentarsi o fermarsi, mantenendo il movimento della camera a velocità normale, dando anche la possibilità di poter ruotare la scena a 360° attorno al soggetto fermo. Il risultato è un effetto visivo mai visto prima, che ancora oggi stupisce.
Quando si pensa a THE MATRIX si pensa anche a scene in cui i nostri personaggi compiono tutte le scene d’azione in volo, sfidando le leggi della fisica. Ebbene anche questo deriva dal cinema di Hong Kong, in particolare dal genere wuxia, cioè quei film in costume in cui i combattenti si scontrano compiendo balzi incredibili, come ne LA TIGRE E IL DRAGONE di Ang Lee, per citarne uno noto. Le Wachowski hanno preso questa tecnica (che funziona con dei cavi metallici che sospendono stuntman e attori) e l’hanno trasportata nel loro film d’azione, funzionando benissimo, visto il contesto narrativo. Inutile, poi, citare tutti i film d’arti marziali con Bruce Lee, poiché la derivazione è piuttosto evidente.
Infine, seguendo ancora il parallelismo con l’Oriente, lascio per ultimo l’aspetto dei nostri personaggi. Questi, come detto, ci appaiono spesso vestiti di nero, con occhiali scuri, lunghi cappotti, doppie pistole e motociclette. Probabilmente, qui le Wachowski hanno sia preso da alcune scelte estetiche di John Woo, il quale ancora oggi adora usare molti di questi elementi (soprattutto le iconiche doppie pistole, che hanno influenzato buona parte della cinematografia action dagli anni ‘90 in poi), sia da manga e fumetti underground.
THE MATRIX è un film cyberpunk, quindi, prendere spunto da GHOST IN THE SHELL e AKIRA è inevitabile da parte di due registe che hanno approfondito così tanto non solo il cinema ma anche il mondo fumettistico. Infatti, molte sequenze e idee di design dei personaggi possono essere messi a confronto proprio con l’anime di GHOST IN THE SHELL, ad opera di Mamoru Oshii nel 1995.
Come per ogni grande autore, non si tratta di semplici copia e incolla, bensì di una conscia derivazione e rielaborazione, che in questo caso regala un immaginario unico e originale; dove diventa memorabile la fotografia con quei verdi e grigi, quando i nostri si trovano nel rigido e freddo mondo di Matrix. Mentre diventa più naturale quando si trovano nel distopico mondo reale, enfatizzando il blu della navicella.
Le inquadrature ricercate (che sfruttano spesso il riflesso degli occhiali per offrirci immagini distorte e fumettistiche) e i movimenti di macchina eleganti, uniti al montaggio veloce delle scene d’azione, offrono uno spettacolo visivo senza precedenti.
Con questo comparto tecnico elevatissimo, che trae da una base già forte per creare uno stile tutto nuovo, l’aura di capolavoro è tangibile. Se consideriamo, poi, che vi è anche un cast perfetto: Keanu Reeves è un Neo verso il quale lo spettatore può immedesimarsi e crescere con lui; Carrie Anne-Moss come Trinity è talmente forte e profonda che non possiamo toglierle gli occhi di dosso; Lorence Fishburne fa un Morpheus enigmatico e ben caratterizzato; Joe Pantoliano fa un subdolo Cypher; Hugo Weaving interpreta l’agente Smith in maniera eccellente, seguendo una caratterizzazione complessa di un villain che inquieta e poi impietosisce per le sue frustrazioni. Da citare anche Gloria Foster come l’Oracolo, che la interpreta con grande disinvoltura rispetto a ciò che ci si aspetta da un personaggio con questo nome, ed è talmente brava che ci si ricorderà per sempre di lei, nonostante i pochi minuti.
Per quanto riguarda i temi, possiamo dire subito che THE MATRIX non scade mai nel retorico e resta un film che non invecchia mai. Spesso è stato ridotto a un film che parla di videosorveglianza, complotto da parte dei potenti, paura verso le macchine e le AI. Questa visione abbastanza diffusa non è sbagliata, ma come dicevo, è riduttiva, e alle volte rischia di fomentare paradossalmente lo stesso pensiero che cerca di combattere il film.
Le Wachowski prendono sempre spunto da GHOST IN THE SHELL per le tematiche, facendoci riflettere ad esempio sull’identità; sul rapporto che c’è tra mente e corpo, tra identità fisica e identità digitale, tra quello che siamo e ciò che vorremmo essere. Di conseguenza, THE MATRIX non può fare a meno di utilizzare la filosofia per porre gli interrogativi giusti. Lungi da me voler essere troppo tecnico nel parlare di filosofia, poiché, come promesso, il mio scopo è arrivare a chiunque, anche a chi non ha mai aperto un libro di filosofia in vita sua. Quindi provo a spiegarlo in maniera semplice.
Tra gli autori che possiamo citare c’è sicuramente Cartesio col suo “genio maligno”, cioè un’entità che si diverte alle nostre spalle nel porci delle false certezze (come la matematica), motivo per il quale non ne dubitiamo, ma che invece dovremmo. E il film spesso nelle frasi e nelle scene è infarcito del “tema del dubbio”: in una delle prime scene vediamo Neo aprire un libro che è Simulacri e Simulazione, del filosofo francese Baudrillard, il quale anch’esso afferma che ci è stata posta una realtà fittizia; ma rispetto a Cartesio, sostiene che l’illusione ha preso il sopravvento e non possiamo più distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è, perché non abbiamo più copie della realtà, ma immagini e mondi artificiali che si sono sostituite ad essa.
Da qui è chiaro che il film pone delle domande sui problemi sviluppatisi nell’era di internet, e quelle problematiche oggi le stiamo vivendo appieno, con l’avvento dei social network e delle intelligenze artificiali.
Ma THE MATRIX si interroga anche su come possiamo leggere il nostro mondo, le nostre abitudini, le nostre regole indipendentemente dal piano tecnologico, altrimenti sarebbe un’ennesima riduzione. Per intenderci meglio, torna utile un altro filosofo che è stato importante per THE MATRIX: Platone.
Platone elaborò il mito della caverna, secondo cui noi tutti dalla nascita siamo in una caverna, con gli arti incatenati, a fissare delle ombre su un muro, credendo che quelle ombre siano la realtà. Se qualcuno di noi riuscisse a scappare o solo a vedere fuori dalla caverna, resterebbe accecato dalla luce del sole, perché quella luce è troppo forte. Di conseguenza, si tenderebbe a rientrare nella caverna, preferendo l’illusione. Platone afferma che lentamente l’uomo può abituarsi alla realtà fuori dalla caverna ed iniziare ad accettare la vera realtà, ma se decidesse di liberare gli altri sarebbe piuttosto difficile, poiché sono talmente abituati a percepire le ombre come realtà, che non tutti potrebbero accettare l’idea di vivere fuori.
Ci sono in THE MATRIX una marea di riferimenti a questo famoso mito, anche nei discorsi di Morpheus, il quale afferma che non tutti sono pronti ad essere liberati da Matrix e che bisogna sia compatirli che temerli, in quanto se si è parte di un sistema, potenzialmente si è anche un difensore di questo.
Come attualizzare un concetto così generico? In realtà è semplice, poiché nel corso dei secoli abbiamo spesso assistito a dei cambiamenti nella nostra società che venivano inizialmente percepiti solo da un gruppo ristretto di individui, che hanno con fatica lottato per sovvertire il sistema a cui eravamo tutti abituati. Ogni rivoluzione ha subìto questo processo, basti pensare alle lotte per i diritti o alla coscienza di classe, ma anche a qualsiasi pensiero nuovo che oggi è fortemente discusso, che va a contrapporsi a ciò che siamo abituati ad accettare.
Mi viene da ridere quando vedo molti “fan” di THE MATRIX sfottere le sorelle Wachowski per il fatto che oggi, appunto, sono donne transgender, in quanto ai tempi di questo film erano i fratelli Larry e Andy. In molti credono che la lettura odierna di THE MATRIX come metafora della comunità transgender, la quale non è libera di vivere la propria identità, sia data dal loro “aver perso la testa”. Mi vien da ridere perché anzitutto era risaputo, già all’epoca della trilogia, del percorso di transizione di uno dei due allora fratelli, e questo percorso non avviene dall’oggi al domani, e un film del genere è naturale che vada a rappresentare ciò che le autrici stessero provando sul piano emotivo.
In secondo luogo, mi fa capire come appunto non si abbia capito un bel niente della profondità del film e che ancora una volta, una parte del suo pubblico è come gli uomini bloccati in Matrix (o se vogliamo davanti alle ombre della caverna di Platone) che negherebbe l’evidenza pur di rimanere nella zona di comfort. In questo caso l’evidenza è anche il loro primo film: BOUND – TORBIDO INGANNO, dove le protagoniste sono due lesbiche. Fate un po’ voi…
Ma, il fatto che per le autrici THE MATRIX rappresenti questo, ciò non vuol dire che il film perda il suo valore universale, perché il suo non essere esplicito e retorico, fa sì che lo spettatore, anche se lotta per un’altra causa che riguardi una minoranza o un cambio di visione, possa identificarsi in quei valori e in quelle dinamiche sociali. Può tornare utile ai vegani, ad esempio, che lottano con chi ha difficoltà ad accettare un cambiamento alimentare motivato da una radicata abitudine (e io sono tra questi ultimi, quindi ne parlo non essendo di parte).
Insomma, a qualsiasi minoranza si appartenga, per cui si subiscono discriminazioni e/o negazione dei diritti, THE MATRIX non fa sentire affatto soli, ma è un inno al cambiamento, all’ampliamento delle prospettive e un invito alla resistenza, la quale può tuonare come minaccia solo verso coloro che impiegano energie a sfavore dei cambiamenti e della rivelazione della verità.
Non credo di essere stato esaustivo nel parlare di THE MATRIX, perché, come anticipato, è un film talmente ricco di spunti dal quale ci si potrebbe ricavare una tesi (e qualcuno so che lo ha fatto ed ha tutta la mia ammirazione). Ad esempio, avrei potuto approfondire parte della narrativa che deve molto anche alla letteratura (come Dune di Herbert e Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie di Dodgson), ma ritengo di aver messo l’accento sui punti a me più cari, che alle volte rischiano di perdersi tra chi già ama questo film, e poi di aver presentato meglio l’opera a chi la percepisce come un semplice film di fantascienza e azione che si può passare. No, se non lo avete visto, dovete rimediare immediatamente, perché è un capolavoro imprescindibile. Esce all’alba del 2000 ed oggi potremmo dire che vi è un prima e un dopo THE MATRIX nella storia del Cinema.
Abbiamo visto che ha innovato sul piano tecnico e rappresentato al meglio i problemi dell’umanità, senza rinunciare all’intrattenimento, allo strizzare l’occhio a un pubblico ampio che possa capire queste cose anche senza avere una forte base letteraria o cinematografica. Perché per me questo è il grande Cinema: un’arte per il popolo, uno strumento di comprensione e analisi del mondo al servizio chi non ha i mezzi per farlo, i quali sono spesso accessibili solo a chi se lo può permettere.
Dunque, nel suo essere stato rivoluzionario tecnicamente, nella sua colonna sonora spettacolare (tra cui Massive Attack, Marilyn Manson, Rob Zombie, Rage Against The Machine, Rob Dougan e il compositore Don Davis), nei suoi attori eccezionali, nel suo design unico, nel suo saper unire temi filosofici e sociali molto complessi a una storia d’intrattenimento che si rifà al cinema di fantascienza e d’azione popolare, THE MATRIX è Cinema nella sua forma più completa.
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